L’avanguardia solitaria di Adriano Olivetti, metà industriale e metà filosofo

La figura di Adriano Olivetti (scomparso nel 1960) è circondata ancora oggi da una sorta di mito al limite dell’adorazione. In realtà è stato un personaggio unico nel panorama industriale italiano. Era certamente un bravissimo imprenditore, ma anche un filosofo sociale, un uomo di cultura e un mecenate. Verso la fine della sua avventura diventò anche un uomo politico fondando il Movimento di Comunità, che ottenne un rappresentante nel Parlamento italiano.

Nella fabbrica paterna, la Olivetti di Ivrea, entra nel 1926, come operaio (per volere proprio del padre).

Arrivato rapidamente in cima alla gerarchia aziendale, comincia a sviluppare l’azienda secondo i suoi criteri. Come industriale ha un successo incredibile. Basterà dire che la “piccola” casa di Ivrea nel momento del suo massimo splendore arriverà a controllare il 30 per cento del mercato mondiale delle macchine da scrivere (i computer non c’erano ancora). E alla fine degli anni Cinquanta la Olivetti conquista l’americana Underwood, famosa azienda di macchine da scrivere di oltreoceano. Gli esperti di finanza sostengono addirittura che per anni la Olivetti mandò soldi in nero alla Underwood per tenerne insieme i bilanci e impedire che venisse estromessa dalla Borsa americana.

Oggi si è soliti dire che Adriano, come imprenditore, ha anticipato Steve Jobs della Apple. Anzi, quest’ultimo avrebbe fatto propria la lezione di Ivrea. Lezione molto semplice: fare delle buone macchine, ma dotarle di un design accattivante e molto ricercato.

Per questo Adriano chiamò a Ivrea i migliori architetti italiani e legioni di intellettuali, tutti impegnati a “disegnare” dei prodotti unici per gradevolezza. La tradizione poi è rimasta. Si racconta che, quando la Olivetti (anni 70-80) lanciò la macchina da scrivere portatile a pallina rotante, i professori dell’Mit di Boston si rifiutavano di far lezione se l’amministrazione non gliene passava una.

La parte forse meno nota, ma altrettanto importante, è che Adriano vedeva la sua fabbrica come il centro di una comunità. Da lì le case per gli operai disegnati da architetti famosissimi, il centro sociale, le biblioteche, le scuole. E, persino, grandi ricerche di sociologia urbana per capire come si poteva migliorare la vita a Ivrea. Sempre da lì i finanziamenti all’università di Ancona (dove c’era il suo amico Giorgio Fuà) e a tanti altri progetti. Credeva fermamente che tutti avessero la possibilità di fare cose meravigliose.

In questo senso il suo successo più grande si chiama Natale Capellaro. Era un operaio, assistente del direttore tecnico. Quando quest’ultimo lascia l’incarico per andare in montagna a fare il partigiano, Adriano nomina proprio l’operaio Capellaro direttore tecnico. E dalle mani di Capellaro esce la Divisumma, una calcolatrice che diventò una sorta di best seller dell’epoca. Più tardi Capellaro diventò ingegnere grazie a una laurea ad honorem conferitagli dall’università di Bari.

L’ambiente di Adriano Olivetti era proprio questo: grandissimi intellettuali (designers, architetti, persino poeti) fianco a fianco con gli operai.

Adriano era anche uno che non dormiva sugli allori. Aveva capito subito (alla fine degli anni Cinquanta) che stava arrivando l’elettronica. Sembra che sia stato Enrico Fermi, in visita alla Olivetti, a suggerire a Adriano di occuparsi di elettronica. E così, vicino a Pisa, nasce il laboratorio elettronici della Olivetti, affidato a Mario Tchou, un giovane ingegnere cino-americano, specializzato in fisica nucleare, incontrato da Adriano alla Columbia University e trapiantato in Italia. Purtroppo, Adriano muore nel 1960 e Tchou un anno dopo in un incidente stradale.

A quel punto l’avventura Olivetti, con i suoi poeti e gli operai sapienti, può considerarsi finita.

Ma Olivetti non è stato solo un imprenditore. Due episodi per spiegare chi è stato e perché, ancora oggi, è un mito. Durante la seconda guerra mondiale, quando i tedeschi nell’Italia occupata stavano arrivando a Ivrea, Adriano Olivetti aveva un problema: in magazzino c’erano cinque mila macchine da scrivere pronte per essere messe in commercio. I tedeschi le avrebbero certamente requisite. Che fare? Adriano Olivetti ha un’idea. Convoca gli operai e spiega loro la situazione: portatevi a casa queste macchine, una o due a testa, e nascondetele. Dopo la guerra, le riporterete qui. E infatti sono tornate tutte e cinque mila.

Nel 1926 il capo del socialismo italiano, Filippo Turati, capisce che deve lasciare l’Italia, ma non gli danno il permesso. Decide di farlo clandestinamente. Lo aiutano, fra gli altri, Ferruccio Parri, Sandro Pertini e Carlo Rosselli. Ma alla guida dell’auto che porta di notte Turati fuori dall’Italia c’è Adriano Olivetti.

Figlio di un ebreo conservatore e di una valdese, non riceve un’educazione religiosa. Solo in tarda età si convertirà al cattolicesimo. Quello che lui fa a Ivrea è qualcosa di incredibile, al punto che poi non si è più ripetuto. Ogni tanto salta fuori un industriale che dice di voler fare “l’Olivetti”, ma il modello non è replicabile.

Per capire ilo “modello Olivetti” bisogna partire dalla personalità di Adriano. Un cristiano molto impegnato politicamente e grandissimo, visionario, imprenditore. Sul prodotto, dal padre aveva ereditato una fabbrica di macchine da scrivere, realizza una rivoluzione che poi segnerà la storia di tutta l’industria mondiale: le macchine non devono essere solo funzionanti e comode, ma devono anche essere belle. E infatti alcune sue macchine da scrivere di mezzo secolo fa sono ancora esposte nei musei di design. Adriano ha un successo quasi incredibile: da Ivrea, con le sue stupende macchine, controlla il 30 per cento del mercato delle macchine da scrivere del mondo. Compra un’azienda in America, ma è un bidone e allora manda di nascosto soldi dall’Italia per impedire che venga cancellata dal listino di Borsa.

La sua idea di azienda è molto semplice: è un bene comune, dell’imprenditore e dei lavoratori. I dipendenti li paga bene, assume i loro figli, li circonda di ogni welfare possibile e immaginabile (cure mediche, assistenza psicologica). A Ivrea arrivano i migliori intellettuali italiani a diffondere cultura e consapevolezza. Apre una delle prime fabbriche del Sud. I lavoratori della Olivetti sono in gran parte contadini. Affinché non lascino incolti i campi, Adriano sistema le loro case e, alla mattina, un pulmino fa il giro per raccogliere i lavoratori e portarli alla Olivetti. Alla sera lo stesso pulmino li riporta indietro, in tempo per dare una mano nei lavori sui campi.

La fabbrica come una famiglia? Quasi. E infatti Pci e Cgil sono contrari: preferiscono un padrone contro cui battersi al posto di questo strano personaggio intriso di cultura valdese. Ma Adriano resiste e fino a quando vive (morirà nel 1960) la Olivetti rimane un luogo in cui gli operai sono trattati come persone e in cui ci si prende cura anche dell’istruzione dei loro figli e degli eventuali disagi psicologici delle mogli. Un modello insuperato, a cui molti dicono ancora oggi di ispirarsi. Ma non è vero: il ”modello Olivetti” non era un insieme di tecniche e di concessioni. Era un fenomeno culturale e politico: la migliore visione sociale unita al miglior cristianesimo.

Giuseppe Turani
Informazioni su Giuseppe Turani 25 Articoli
Giornalista economico e Direttore di "Uomini & Business". E' stato vice direttore de L'Espresso e di Affari e Finanza, supplemento economico de La Repubblica. Dal 1990 al 1992 è editorialista del Corriere della Sera, del mensile Capital e dei settimanali L'Europeo e Il Mondo. Ha scritto 32 libri.

3 Commenti

  1. All’ epoca non si indago’ sulla strana coincidenza di quelle due precoci scomparse, dopo le quali la ricerca informatica in Italia è stata spazzata via.

  2. Albertini favorì il primo investimento di George Soros in Italia: l’acquisto di un consistente e a buon mercato pacchetto azionario della Olivetti presieduta proprio da Carlo De Benedetti. In seguito Albertini dichiarò: “Intercettammo il pacchetto da alcuni azionisti minori che volevano vendere e una delle controparti fu appunto Soros, convinto che, pur nelle difficoltà in cui si trovava la società (erano i tempi della prima “crisi” di Ivrea), Olivetti aveva grandi potenzialità di recupero.

  3. Proprio vero caro Massimo, se avessi un azienda è proprio quello che farei. Olivetti qualcosa ci ha insegnato ma con il tempo però è stato dimenticato. Grazie

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