La Norvegia abbandona il petrolio per le rinnovabili?

Quando si parla di energia, la Norvegia non è mai banale. Basti pensare che il primo paese europeo per riserve, produzione ed esportazioni di idrocarburi ha un mix di generazione elettrica basato quasi esclusivamente, il 98% tra idro ed eolico, su fonti rinnovabili.

Il governo norvegese, negli ultimi anni, ha inoltre investito massicciamente nel settore della mobilità alternativa, trasformando il paese scandinavo – grazie a ingenti sussidi – nel primo mercato al mondo per auto elettriche pro-capite: 100mila veicoli per una popolazione di 5 milioni di persone, il 40% delle nuove immatricolazioni nell’ultimo anno. Ora, come un fulmine a ciel sereno, è arrivata la proposta di Norges Bank – che gestisce per conto del governo il fondo sovrano norvegese (il Government Pension Fund Global, GPFG) – di svincolarsi dai propri investimenti nel settore petrolifero internazionale. Notizia che, a prima vista, suona stridente, se si considera che l’enorme dotazione finanziaria del fondo – 8.425 miliardi di corone, un trilione di euro – deriva proprio dai proventi delle esportazioni norvegesi di petrolio e gas naturale accumulati a partire dal 1966.

Le mosse finanziarie del GPFG

Grazie ad una saggia amministrazione delle proprie risorse (nel giro di dieci anni, dal 2007 al 2017, il suo valore è quadruplicato), il GPFG è diventato un attore finanziario di portata globale. Ad oggi investe in quasi 9mila società in 77 paesi al mondo, e controlla l’1,3% del capitale di tutte le società quotate a livello globale, il 2,3% in ambito europeo. Detiene quote di colossi internazionali nei settori più disparati, come Apple, Nestlè, Novartis e Amazon, ma anche capitale di player energetici di portata globale come Royal Dutch Shell, Exxon Mobil, Chevron, BP e Total. Che non devono aver preso a cuor leggere l’annuncio fatto da Egil Matsen, vice Governatore di Norges Bank, lo scorso 16 novembre. Attualmente, infatti, più del 6% degli investimenti del fondo sono indirizzati al settore petrolifero, per un valore di circa 60 miliardi di euro spalmati su oltre quasi 400 società.

Valori che secondo la banca centrale norvegese andrebbero progressivamente ridotti, per rendere il governo di Oslo (e quindi i cittadini scandinavi, che beneficiano degli ingenti proventi delle rendite petrolifere) “meno vulnerabile di fronte alla permanente riduzione dei prezzi del greggio e del gas naturale‘. Sebbene il Ministero delle Finanze norvegese debba ancora deliberare sull’implementazione di questa proposta – e presumibilmente non lo farà prima dell’autunno 2018 – il segnale per mercati e operatori del settore non è dei più rassicuranti.

Un clima di crescente incertezza

In primis, perché nella (a dire il vero, remota) eventualità in cui le previsioni di Norges Bank si materializzassero, i risvolti per un’industria petrolifera indebolita (e impoverita) dagli eventi degli ultimi anni sarebbero drammatici. Nonostante l’accordo tra OPEC e gli altri paesi produttori, il greggio fatica a superare la soglia dei 60 dollari al barile raggiunta dopo i picchi al ribasso del gennaio 2015, mentre il prezzo del gas rimane ai minimi a causa della massiccia produzione americana di shale. La possibilità di una “permanente riduzione dei prezzi‘, richiamata da Matsen per spiegare la nuova politica della banca centrale, implicherebbe un ulteriore bagno di sangue per un settore che tra 2015 e 2016 ha perso oltre 400mila posti di lavoro e registrato 170 miliardi di dollari di perdite nette. Ma, seppure uno scenario così catastrofico non dovesse concretizzarsi, le prospettive per le grandi compagnie energetiche internazionali rimarrebbero comunque incerte. Esse, infatti, vedrebbero uscire dal loro capitale un player finanziario globale, che per sua natura dovrebbe credere – sebbene con pragmatismo – nel futuro del settore. Ma se in realtà l’impatto diretto su aziende come Shell (di cui GPFG detiene il 3.4% delle azioni), Exxon Mobil (0.82%), Chevron (0,92%), BP (1,65%) e Total (1,62%) sarebbe limitato, il vero rischio è che la mossa norvegese possa piuttosto determinare un effetto domino tra i grandi investitori globali, tra cui la Kuwait Investment Authority e la Saudi Arabian Monetary Agency.

Le ragioni della scelta norvegese

Per valutare la credibilità di questi scenari, diventa quindi essenziale capire le ragioni della scelta della banca centrale, nonché i motivi di valutazioni così pessimistiche. In un certo senso, la diversificazione del proprio portfolio di investimenti rispetto al settore petrolifero rappresenta una decisione ragionevole per mitigare i rischi legati ai prezzi di greggio e gas naturale, la cui volatilità ha di per sé un effetto intrinseco sulleperformances del fondo. Basti pensare che, a causa del crollo dei prezzi, nel 2016 il governo norvegese ha effettuato per la prima volta dei prelievi dal GPFG, per un valore di 105 miliardi di corone (attorno agli 8 miliardi di euro). Necessità ripresentatasi nel 2017, durante il quale i prelievi del governo hanno raggiunto i 50 miliardi di corone, pari a circa 4 miliardi di euro. Se poi si aggiunge il momento di particolare difficoltà attraversato dal settore petrolifero norvegese, testimoniato dalla recente (fragorosa) uscita di Total dai giacimenti di Martin Linge e Garantiana per un valore di 1.2 miliardi di euro, la prudenza di Oslo appare quindi giustificata.

La nuova frontiera energetica della transizione

Di sicuro, il boom delle rinnovabili e l’incalzare della transizione energetica rappresentano variabili imprescindibili nelle valutazioni delle autorità norvegesi, alle quali si aggiungono le aspettative di un’opinione pubblica – particolarmente vigile sulle attività finanziate dal fondo – sempre più attenta ai temi dell’ambiente e della sostenibilità, al centro anche del dibattito per le elezioni dello scorso settembre. In questo contesto, anche Statoil – compagnia energetica nazionale norvegese – ha abbracciato un strategia industriale sempre più orientata ai temi della sostenibilità, con importanti investimenti nei settori della cattura e stoccaggio della CO2, e della generazione da turbine eoliche offshore. Sebbene scenari apocalittici siano al momento improbabili (e l’era degli idrocarburi sia dunque destinata a continuare a lungo), la lezione proveniente da Oslo è chiara: prestare maggiore attenzione alle dinamiche della transizione energetica e alle sfide della sostenibilità è ormai una priorità che, tanto a livello locale che su scala globale, l’industria petrolifera non può permettersi di sottovalutare.

Nicolo Sartori
Informazioni su Nicolo Sartori 40 Articoli
Nicolò Sartori è ricercatore presso l’Area Sicurezza e Difesa dell’Istituto Affari Internazionali di Roma. La sua attività si concentra in particolare sull’evoluzione delle tecnologie nel settore energetico. Attualmente, è candidato al Dottorato presso il Dipartimento di politica e relazioni internazionali dell’Università del Kent, Regno Unito. Ha lavorato inoltre come Consulente di Facoltà al NATO Defense College di Roma, dove ha svolto ricerche sul ruolo dell’Alleanza Atlantica nelle questioni di sicurezza energetica.

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