“La forma dell’acqua”: la favola politica di Guillermo del Toro

È stata la novità della 74esima Mostra cinematografica di Venezia. In un momento storico che vede il cinema cosiddetto d’autore ripensare le proprie caratteristiche, il Leone d’Oro 2017 è stato assegnato, dalla giuria presieduta dall’attrice Annette Bening, a un film apparentemente di genere, “La forma dell’acqua – The Shape of Water”, tredicesimo lungometraggio del regista e produttore messicano Guillermo del Toro.

Favola politica, dark e surreale; film di fantascienza sugli Stati Uniti degli anni Sessanta, la Guerra Fredda, il razzismo e l’odio per chi viene bollato come “diverso”: da chi convive con un handicap a chi è omosessuale o è considerato straniero; struggente celebrazione della forza visionaria del cinema; amara e poetica riflessione sull’amore, l’eros, la perdita, l’emarginazione e il riscatto. È tutto questo e molto altro “La forma dell’acqua”, a dimostrazione che l’appartenenza approssimativa a un genere (dalla fiaba gotica al thriller) può essere aperta a nuovi confini e nuove contaminazioni, in equilibrio fra tradizione e innovazione.

Candidato a tredici premi Oscar e vincitore di due Golden Globes (miglior regista e per la colonna sonora originale di Alexandre Desplat), il film racconta l’incontro inatteso che unirà l’addetta alle pulizie Elisa Esposito, che non parla da quando qualcuno le recise le corde vocali, e una misteriosa creatura anfibia. Una creatura strappata all’Amazzonia e al suo habitat per essere reclusa in un laboratorio controllato dai militari a Baltimora, negli Usa, e oggetto delle attenzioni da parte dello spionaggio sovietico.

Siamo nel 1962 e ciò che distingue “La forma dell’acqua” è il suo stile. La capacità di evocare e animare un universo creativo, con un’idea dell’arte cinematografica e della vita, della politica e di ciò che si contrappone alla violenza e all’ingiustizia. In armonia con le musiche d’effetto, che rischiano a volte di risultare didascaliche, e in sintonia con le incisive canzoni d’epoca o che si rifanno alla tradizione (dall’esecuzione della Glenn Miller Orchestra a “You’ll Never Know” di Alexandre Desplat), assistiamo a uno sguardo insistito sul cinema “ingenuo” e popolare del passato. Un cinema, quello dei musical degli anni Trenta e Quaranta e delle narrazioni mitologiche, visto attraverso una grande sala quasi deserta e le onnipresenti tv.

Non mancano le tracce di suggestioni sonore stile “Il favoloso mondo di Amélie”, in questo film girato a Toronto, ma qui domina un’atmosfera sognante e cruda al tempo stesso, vera e propria cifra stilistica del lavoro, al pari della simbiosi che investe immagini e note musicali. Guillermo del Toro cattura l’attenzione grazie a una regia che sceglie punti di vista originali: dai movimenti della macchina da presa, con slanci verso l’alto e verso il basso, riflessi visivi e sfumature che interagiscono con l’immaginazione dello spettatore. In quest’immersione anti-realistica sott’acqua e in profondità, nei sotterranei di un immaginario da liberare, un ruolo centrale va assegnato alla fotografia di Dan Laustsen.

Ogni sequenza è frutto di un’accurata elaborazione cromatica di colori scuri (con incursioni soprattutto nel verde e nel blu) e luci che inventano un mondo, perché “La forma dell’acqua” è un film sul cinema e sul suo potere, ancora, di creare una realtà dove visionarietà e sguardo sulla Storia, invito a vedere e indagine sulla realtà esistenziale siano in relazione. Si mette in evidenza il clima degli anni Sessanta, che ricorda i muri e le chiusure attuali, e spicca il primo, imprescindibile, elemento cinematografico: il senso della visione.

Il regista, anche autore della sceneggiatura assieme a Vanessa Taylor, ha coniugato l’adesione estetica al passato e la spinta surreale e fantastica, ironica e tendente allo sberleffo. La spinta a reinventare un immaginario si abbina alla cura di ogni aspetto tecnico: il montaggio di Sidney Wolinsky, la scenografia di Paul D. Austerberry, i costumi di Luis Sequeira.

Nel segno del desiderio di ribaltare il corso delle cose e trovare un argine all’isolamento, la non bella Elisa, incarnata da una straordinaria (nel senso proprio di fuori dal comune) Sally Hawkins, rivela sin dalle prime scene la propria sensualità. La sequenza nella quale riacquista la parola, per poi ballare e cantare con la “bestia”, in un significativo bianco e nero, esalta la natura sognante del racconto per immagini.

Già valorizzata da autori come Mike Leigh e Woody Allen, l’anomala Hawkins, Orso d’argento per “La felicità porta fortuna” e ora candidata all’Oscar come migliore attrice, si distingue per espressività e adesione al personaggio di Elisa. L’interprete londinese è affiancata da Michael Shannon (l’odioso colonnello Stricland), Michael Stuhlbarg (lo scienziato che in realtà è una spia sovietica), Richard Jenkins (nei panni di Giles, l’amico di Elisa, discriminato dalle produzioni pubblicitarie in quanto omosessuale) e Octavia Spencer (l’esuberante collega afroamericana di Elisa). L’uomo anfibio invece, dalla maschera grottesca che si richiama a “Il mostro della laguna nera” (1954) di Jack Arnold, prende vita per merito di Doug Jones, che presta il suo corpo all’essere impressionante, e del lavoro creativo da Concept Artist di un gruppo di esperti, da Shane Mahan all’italiano Luca Nemolato.

In parte prevedibile nella sua sceneggiatura, “La forma dell’acqua” trova nella forza trascinante della macchina da presa e nel fascino dell’immagine (l’acqua nelle profondità marine e nella piscina, la vasca da bagno e la discesa della mdp verso la sala cinematografica, le gocce sui vetri, l’uso inventivo delle inquadrature, i primi piani e la solitudine della protagonista nella sua casa) il compimento di una variazione, sofisticata e popolare al tempo stesso, sul tema dell’essenza del cinema e della sua attitudine a cogliere lo spirito del tempo. Le paure, le ossessioni, i miti, i luoghi comuni, l’inconscio collettivo, sono messi in discussione dai contrasti messi in moto dalla macchina filmica, ricordando e andando oltre la struttura narrativa da b/movie.

Così, solo chi sa vedere la bellezza e non considera l’altro da sé come un nemico può trovarla e vederla nel “mostro”, usato dai potenti per scopi di potere e destinato a essere ucciso. In contrasto con un contesto liberticida, solo una persona libera ed emarginata, qual è Elisa, può modificarne il destino. Ieri come oggi, i più deboli soccombono a meno che non vi sia una deviazione artistica nella fantasia, nell’irrealtà, nel sogno.

Non a caso, così si esprime il critico Gianni Canova: “Il film è prima di tutto un film su qualcosa (l’acqua) che non esiste se non in forma fluida, mutevole, cangiante e sempre determinata dal rapporto spaziotemporale con i corpi che la contengono o la penetrano. (…) il mondo che Guillermo del Toro mette in scena sembra simile a certi universi liquidi di Salvador Dalì, ridisegnati con un occhio attento alle riprese subacquee di L’Atalante di Jean Vigo” (http://welovecinema.it/la-forma-dellacqua-la-fotografia-dan-laustsen/).

Da qui una coinvolgente rivisitazione della forma filmica come specchio dell’estrema libertà dell’essere e delle sue potenzialità infinite. Libertà dell’essere evocata sin dal titolo in opposizione a pregiudizi e autoritarismi. Il tutto al servizio di una favola politica e dotata di grazia visionaria che può appassionare lo spettatore medio e il cinefilo accanito, in un ponte culturale tra “alto” e “basso”, il passato e il presente, la realtà e la fiaba, le radici del grande schermo e il suo futuro, la parola mancante e uno sguardo nuovo e rivelatore.

Marco Olivieri
Informazioni su Marco Olivieri 15 Articoli
Giornalista professionista e dottore di ricerca, Marco Olivieri è autore della monografia “La memoria degli altri. Il cinema di Roberto Andò” (Edizioni Kaplan 2013 e 2017), curatore del volume “Le confessioni” (Skira 2016) e, con Anna Paparcone, autore del libro “Marco Tullio Giordana. Una poetica civile in forma di cinema” (Rubbettino 2017). Collabora con «la Repubblica» – edizione di Palermo, è componente del comitato scientifico di “Carteggi letterari le edizioni” e ha scritto saggi per la casa editrice Leo S. Olschki e articoli per «Cinema e Storia» di Rubbettino, «il venerdì di Repubblica», «Ciak» e «Doppiozero». Critico cinematografico e teatrale, si occupa di Uffici Stampa, Cultura, Politica, Società e Terzo Settore.

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