La Flat Tax conviene solo alla politica e il conto lo pagheranno i nostri figli

L’ultimo amore dei politici italiani si chiama “flat tax”, cioè tassa piatta, un’aliquota unica. Probabilmente perché sono convinti che si riesca a far immaginare alla gente che pagherà meno tasse. Ma non è vero.

Le imposte attuali non bastano nemmeno a chiudere il bilancio pubblico in pareggio, figurarsi se si possono abbassare. Nella situazione in cui versa il bilancio statale le tasse si possono abbassare solo facendo debiti. E questo è un modo per rinviare il tutto a dopo, alla fine qualcuno (figli, nipoti) pagherà.

Comunque ai nostri politici piace. I progetti in circolazione vanno da un’imposta del 15 per cento (Lega) a una del 25 per cento (Istituto Leoni).

In teoria la flat tax va contro il dettato costituzionale, che vuole le imposte progressive in base al reddito. Ma i vari proponenti sostengono che la progressività rimane, grazie al gioco delle deduzioni e esenzioni.

Allora se il totale rimane sempre quello (perché non si può scendere se non si tagliano le spese) e la progressività pure a che cosa serve una flat tax?

In teoria a semplificare il fisco, che solo l’anno scorso ha emanato ben due mila pagine di provvedimenti fiscali. In realtà nel progetto dell’Istituto Bruno Leoni (il più sensato) c’è una grande semplificazione iniziale.

Solo che poi penserebbe comunque la politica a complicare di nuovo le cose. La politica non sa resistere alla tentazione di creare un privilegio per una categoria o un’aggravante per un’altra.

Per averne la conferma basta dare un’occhiata alla selva dei bonus che sotto elezioni stanno piovendo sulla testa degli italiani.

In sostanza, il fisco è materia complicata di suo perché complicata è la realtà dei contribuenti (persone fisiche, società, cooperative, ecc.), ma il vero disastro viene fatto dalla politica, che si ritiene in dovere (per interessi elettorali) di favorire oggi le madri nubili, domani gli orfani e dopodomani i nonni.

E pensare che ogni fiscalista di una certa qualità direbbe che una delle caratteristiche fondamentali di un sistema fiscale è la sua stabilità, cioè la sua non variazione nel tempo. E questo perché dà la possibilità a tutti i soggetti di capire esattamente quali siano i loro doveri verso lo Stato.

Ma questa è teoria, la pratica è quella di un fisco che, flat tax o no, cambia ogni settimana.

Giuseppe Turani
Informazioni su Giuseppe Turani 27 Articoli
Giornalista economico e Direttore di "Uomini & Business". E' stato vice direttore de L'Espresso e di Affari e Finanza, supplemento economico de La Repubblica. Dal 1990 al 1992 è editorialista del Corriere della Sera, del mensile Capital e dei settimanali L'Europeo e Il Mondo. Ha scritto 32 libri.

4 Commenti

  1. Sì certo può anche essere così, ma non è credibile che l’abbassamento dell’aliquota induca maggior voglia di investire, quindi maggiori utili ed aumento delle entrate fiscali ? Non solo, ma non è credibile che detto abbassamento induca a non rendere più necessario rischiare di evadere il fisco perchè non vale più la pena, il che significa aumentare le entrate fiscali ? Io credo che un Paese come l’Italia con le tasse alle stelle, la flat tax sia invece una misura che può rivelarsi incredibilmente efficace.

  2. Molto interessante l’articolo ma aggiungerei verso la fine che se il sistema fiscale dovrebbe essere stabile e, di riflesso, i soggetti interessati(contribuenti)dovrebbero capire quali siano i doveri verso lo Stato, lo stesso cosa fa per garantire uno scambio alla pari verso il contribuente. E la vecchia storia del ladro esperto che dà del furfante ad un ladro di polli, non crede? Con stima.

  3. All’Istituto Bruno Leoni abbiamo elaborato una proposta di riforma così sintetizzabile: (i) una sola aliquota – pari al 25% – per tutte le principali imposte del nostro sistema tributario (IRPEF, IRES, IVA, sostitutiva sui redditi da attività finanziarie); (ii) abolizione dell’IRAP e dell’IMU; (iii) introduzione di un trasferimento monetario – il “minimo vitale” – differenziato geograficamente, indipendente dalla condizione professionale dei singoli ma non incondizionato e contestuale abolizione della vigente congerie di prestazioni assistenziali o prevalentemente assistenziali; (iv) ridefinizione delle modalità di finanziamento di alcuni servizi pubblici (ed in particolare della sanità) mantenendo fermo il principio della gratuità del servizio per la gran parte dei cittadini ma imputandone, ai soli cittadini più abbienti, il costo (in termini assicurativi) e garantendo loro contestualmente il diritto di rivolgersi al mercato (opting out).

    In questo quadro complessivo il progetto colloca la nuova disciplina dell’IRPEF, trasformata in una imposta sul reddito su base familiare (che si tratti di un matrimonio o di un’unione civile), con un’unica aliquota – pari al 25%, come si è detto – ed una deduzione base di ammontare pari ad euro 7.000 annui nel caso di nuclei familiari composti da un solo adulto (opportunamente incrementati attraverso l’uso di una scala di equivalenza nel caso di nuclei familiari di dimensioni superiori o con diverse caratteristiche).

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