Il ritorno del Petrolio, la vera cartina di tornasole degli equilibri internazionali

L’inizio del 2017 ha dato incoraggianti segnali di ripresa per il settore petrolifero, confermati da un numero crescente di transazioni e acquisizioni per un totale di quasi 140 miliardi di dollari nella prima metà dell’anno.

Il leggero rimbalzo del prezzo del petrolio – determinato dalla fiducia innescata dall’accordo raggiunto dall’OPEC nel novembre 2016 – fanno infatti ben sperare i mercati e i principali player industriali. Tuttavia, sebbene l’industria petrolifera – dopo gli anni difficili del crollo dei prezzi e della forte volatilità dei mercati – abbia la necessità di un forte consolidamento, non si intravedono ancora i grandi spostamenti di asset e capitali che le nuove dinamiche nel settore Oil&gas globale potrebbero richiedere.

Ne emerge, piuttosto, la conferma delle tendenze in atto: la centralità nordamericana, il declino europeo, e mercati emergenti ancora in cerca di un’identità e di un punto di equilibrio.

America, centro del mondo

Come nel 2016, anche quest’anno l’industria non convenzionale nordamericana è stata al centro dei principali M&A del settore petrolifero. Con oltre i tre quarti di tutte le transazioni registrate nel segmento upstream globale (per un valore di circa 70 miliardi di dollari), i mercati di Stati Uniti e Canada si confermano i più dinamici e attrattivi per industria e investitori.

La leggera ripresa dei prezzi del greggio, in particolare, ha riattivato le strategie di rafforzamento del portfolio da parte degli operatori, con ingenti flussi di capitale nei grandi giacimenti produttivi statunitensi. Il solo Permian Basin, nel giro di sei mesi, è stato in grado di movimentare 20 miliardi di dollari di transazioni, con ExxonMobil pronta a versare 5,6 miliardi nelle casse di BOPCO per l’acquisizione di 250 mila acri all’interno del bacino tra West Texas e New Mexico. Il messaggio ai mercati provenienti dal settore americano appare quindi chiaro: vi è rinnovata fiducia nelle attività produttive non convenzionali, e i principali attori stanno consolidando i loro asset e le loro attività per sfruttare al meglio la loro posizione.

Il tutto, con forti implicazioni sulle dinamiche globali, sull’elasticità dell’offerta e sui prezzi, potenzialmente a discapito dei produttori tradizionali.

Europa ai margini?

Sull’altra sponda dell’Atlantico, l’Europa vive ormai un prolungato momento di stallo energetico. I dati relativi alla domanda e ai consumi europei di idrocarburi – nonostante timide prospettive di crescita nel segmento gas – non incoraggiano certamente investimenti in questo senso.

Dopo le difficoltà nel settore della raffinazione, anche il segmento upstream – soprattutto nel Mare del Nord – sta sperimentando l’uscita di attori importanti, in gran parte rimpiazzati da investimenti di private equity. Players di rilievo come Engie e Dong Energy hanno di recente abbandonato il Mare del Nord: la prima  ha venduto asset per 4 miliardi a Neptune, partecipata da banche americane e cinesi, la seconda ha ceduto in toto le sue posizioni all’azienda chimica britannica Ineos, che nel frattempo ha acquisito il sistema di gasdotti offshore Forties da BP. Anche Royal Dutch Shell, in linea con il suo massiccio piano di disinvestment (30 miliardi nell’upstream), ha ridotto la propria presenza operativa nell’area, ricavando 3,8 miliardi di dollari dalla cessione di giacimenti per 115mila barili al giorno a Chrysaor.

Infine è significativa (anche sul piano emotivo) l’uscita di Maersk dall’offshore danese, probabilmente tanto quanto la scelta di Total – in controtendenza con il resto delle transazioni in atto nella regione – di rilevare gli storici asset della gruppo di Copenaghen. Queste operazioni, non soltanto evidenziano la crescente marginalità dell’Europa per i grandi operatori globali, ma rappresentano anche un importante campanello d’allarme in chiave strategica. Senza investimenti di prospettiva, il vecchio continente rischia un’ulteriore contrazione della propria capacità produttiva, che mette a rischio la sicurezza energetica dell’intero blocco, già fortemente dipendente dalle importazioni dall’estero.

Asia ancora in cerca di identità

Resta ancora incerto il futuro nel continente asiatico. I fondamentali e le prospettive di mercato puntano, ovviamente, tutti verso oriente. Crescita demografica e dei consumi, rapidi tassi di urbanizzazione e motorizzazione: la ricetta perfetta per un incremento sostanziale della domanda di idrocarburi è chiaramente in Asia.

Tuttavia, nonostante basi solide e prospettive allettanti, un significativo consolidamento degli equilibri industriali nella regione deve ancora materializzarsi. Al momento le major occidentali detengono in Asia capacità e asset nel segmento Oil&gas per circa 40 miliardi di dollari, che sarebbero pronte a liquidare a fronte di adeguati introiti finanziari. Tuttavia, investimenti e transazioni nella regione sembrano puntare in modo deciso verso il segmento low-carbon: nel 2016 oltre metà delle operazioni nel settore energetico hanno riguardato energie rinnovabili – eolico, solare, idroelettrico e geotermico – e trasporto elettrico, in rapida crescita rispetto agli anni precedenti. Tornando al settore petrolifero, va sottolineato come i grandi produttori tradizionali – poco propensi ad investimenti regionali nell’upstream – si stiano muovendo per intercettare l’inevitabile crescita di consumi in atto nella regione. E se il non-convenzionale americano continuerà a farla da padrone sul lato dell’offerta, ecco alcune grandi compagnie petrolifere nazionali pronte a investire in raffinazione e downstream.

Facendo seguito alla mega operazione conclusa da Rosneft in India a fine 2016 (12 miliardi per l’acquisto di Essar Oil), a inizio anno Saudi Aramco ha siglato un accordo da 7 milioni di dollari con Petronas per l’acquisizione del 50 percento del progetto RAPID (Refinery and Petrochemical Integrated), in grado di processare 300 mila barili di greggio al giorno e produrre quasi 8 milioni di tonnellate di prodotti petrolchimici all’anno. Anche qui, infatti, c’è da vincere la crescente concorrenza dei prodotti petroliferi statunitensi, e solo massicci investimenti nella regione possono provare a limitare l’avanzata a stelle e strisce fuori dai confini americani.

Nicolo Sartori
Informazioni su Nicolo Sartori 37 Articoli
Nicolò Sartori è ricercatore presso l’Area Sicurezza e Difesa dell’Istituto Affari Internazionali di Roma. La sua attività si concentra in particolare sull’evoluzione delle tecnologie nel settore energetico. Attualmente, è candidato al Dottorato presso il Dipartimento di politica e relazioni internazionali dell’Università del Kent, Regno Unito. Ha lavorato inoltre come Consulente di Facoltà al NATO Defense College di Roma, dove ha svolto ricerche sul ruolo dell’Alleanza Atlantica nelle questioni di sicurezza energetica.

Commenta per primo

Lascia un commento

L'indirizzo email non sarà pubblicato.


*