Finchè c’è vita c’è speranza, ma non la pensione

Finchè c’è vita c’è speranza. Sempre. O quasi. Non quando c’è di mezzo la pensione. Che aumenti l’aspettativa di vita, infatti, è cosa buona, giusta e auspicabile per noi, meno per il sistema previdenziale che trema.

Analizzando la questione da un punto di vista strettamente economico, infatti, l’aspettativa di vita viene anche inteso come parametro finalizzato a calcolare il numero di anni che viene vissuto in media dalle persone di una nazione in un dato periodo.

A livello mondiale, il parametro è stimato a 71 anni, con una variazione significativa tra uomini e donne. Se, infatti, gli uomini si fermano a 68 anni e 6 mesi, le donne, notoriamente più longeve, raggiungono i 73 anni e 6 mesi.

Ovviamente i dati cambiano, da paese a paese. Ancora numeri: insieme ad alcuni paesi come Francia, Svizzera, Australia, Spagna e Giappone, siamo il paese con le aspettative di vita più lunghe a 65 anni d’età, oltre 19 anni per gli uomini e quasi 23 anni per le donne.

Inoltre, va tenuto conto del fatto che l’Italia è anche uno dei paesi con un invecchiamento significativo della popolazione: se oggi abbiamo poco più due persone con più di 65 anni per ogni dieci persone in età attiva – 20-64 anni – nel 2050 saranno oltre sette, in pratica, secondi solo al Giappone e vicini alla Spagna.

Notizia positiva? Ovviamente sì, ma l’impatto del parametro sul sistema previdenziale pone in essere seri rischi di sostenibilità accendendo il dibattito sulla questione pensioni.

La riforma previdenziale e l’adeguamento alla speranza di vita – Da qui l’idea di adeguare l’età di pensionamento alla speranza di vita spinti dalla necessità di controllare la spesa previdenziale e rendere sostenibile il comparto. Il sistema automatico è stato introdotto con la Manovra del 2009 e irrigidito ulteriormente con quella del 2011, attraverso un meccanismo destinato ad incrementare i requisiti anagrafici e contributivi richiesti per accedere all’#Inps. A ciò si deve aggiungere che il vincolo non può essere rivisto al ribasso in caso di valori negativi, mentre nel 2021 saranno necessari comunque 67 anni di età per raggiungere la pensione di vecchiaia.

Pensioni, la “Vexata quaestio”

Tema sempre caldo ed attuale, quello delle pensioni è una “vexata quaestio” sempre al centro del dibattito con i sindacati che tornano a farsi sentire sul tema. Cgil, Cisl e Uil, infatti, hanno inviato al Governo la proposta unitaria per intervenire sulla previdenza per “superare le attuali rigidità e favorire il turn over generazionale per rendere più equo l’attuale sistema previdenziale”. I sindacati chiedono il blocco dell’adeguamento all’aspettativa di vita, previsto per il 2019 (a 67 anni) e che al contempo “si avvii un tavolo di studio per individuare un nuovo criterio che rispetti le diversità e le peculiarità di tutti i lavori”.

Pensioni a rischio e non solo

Un paese sempre più vecchio, insomma, che rischia seriamente di far implodere il sistema pensionistico italiano. E non solo. Come ha recentemente sottolineato il prof. Gian Carlo Blangiardo, docente presso l’Università di Milano Bicocca e uno dei più accreditati demografi italiani: “Noi ragioniamo e ci preoccupiamo, in termini generali, quasi esclusivamente del sistema pensionistico, ma c’è anche un altro settore da tenere in seria considerazione: quello sanitario, che ovviamente risente (forse ancor più) dell’invecchiamento. Avremo più persone anziane, un dato questo che influenzerà indubbiamente la crescita della domanda di salute, ma avremo anche anziani più avvezzi all’uso del sistema sanitario. Con una diffusa abitudine a ricorrere ai servizi della sanità, mi riferisco alle classiche visite, tac, accertamenti ecc.. Questo con una tendenza maggiore rispetto a quanto accadeva prima.

Giusto per far comprendere gli effetti dell’invecchiamento demografico sul sistema sanitario proviamo a dare due numeri. Se applicassimo la prevalenza per sesso ed età , cioè la percentuale di malati, che oggi si osserva per ‘Alzheimer o Parkinson alla popolazione prevista fra 15 anni, vedremmo che, per il solo fatto di avere una struttura più vecchia si registrerà un aumento del Parkinson o dell’Alzheimer quasi del 30%.

Aggiungiamo un altro dato che aiuta a riflettere. Oggi ci sono in Italia poco meno di 200mila persone con meno di 95 anni, nel 2050 il numero di persone con almeno 95 anni sarà di 1 milione e 200 mila, in un paese sempre di 60 milioni di abitanti. Se dessimo l’assegno di accompagnamento di 500 euro mensili a tutti gli ultra 95enni ci vuole poco a capire l’entità insostenibile della spesa. Questi due dati, insieme, danno un quadro di problematicità da non sottovalutare“.

Informazioni su Marco Blaset 81 Articoli
Giornalista economico della Federazione Svizzera e Direttore di Outsider News.

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