Dimenticate Lehman Brothers e mutui sub-prime, la crisi del 2008 è nata con gli junk bonds di Michael Milken

Per comprendere la grande crisi del 2008 generata dai mutui sub-prime, che hanno provocato il crollo della Lehman Brothers e, a catena, di tutto il sistema finanziario mondiale, bisognare andare indietro nel tempo, all’inizio degli anni ’70 e conoscere una storia poco raccontata, nota solo agli addetti ai lavori. La storia di un giovanotto con tanta voglia di emergere, Michael Milken, l’inventore degli junk bonds (“titoli spazzatura”).

Milken, il ragazzo con la lampada da minatore

C’è un giovanotto, in America, che in un certo senso potrebbe essere considerato come l’inventore della finanza creativa, anche se ha solo il merito di averla resa (finché è durato) un affare gigantesco. A 25 anni Michael Milken si laurea alla Warthon School (Master in Business Administration) e nel 1970 viene assunto alla banca Drexel Lambert, a New York.

Lui, però, non ha ancora soldi, non ha ancora avuto successo, e quindi non abita a New York, ma fuori. Si racconta che alla mattina prenda l’autobus delle 3 e mezza (quello stesso delle squadre incaricate di fare le pulizie nei grattacieli di Manhattan) per essere fra i primi a andare in ufficio e a informarsi sulle operazioni in corso e sui movimenti di mercato. Il giovane Milken vuole fare strada, ma sa anche che per arrivare in cima bisogna fare fatica, molta fatica.

La leggenda prosegue spiegando che nei mesi invernali, quando c’è poca luce, prende l’autobus con in testa un casco con la lampada inserita (come quella dei minatori). Così, mentre fa il viaggio, può continuare a leggere i rapporti finan­ziari sulle varie società senza disturbare i suoi compagni di viaggio, che invece stanno dormendo. Basterebbe questo per spiegare come Milken sia, da subito, uno che vuole fare carriera e fare soldi. Ci riuscirà, visto che a un certo punto della sua vita sarà il banchiere più pagato d’America e del mondo, ma gli inizi lo vedono sull’autobus degli addetti alle pulizie con in testa un casco da minatore mentre legge rapporti finanziari sulle società, sui lanci di obbligazioni, sulle valute di mezzo mondo.

La storia di Milken si incrocia, sia pure con molti anni di anticipo, con la crisi finanziaria che nel 2008 scuote tutti i mercati mondiali, proprio all’inizio degli anni Settanta, quando scopre i junk bond, titoli spazzatura. Non c’è l’incrocio o l’incontro in contemporanea, ma Milken apre una strada, ed è esattamente quella che più tardi gli altri seguiranno e allargheranno. I junk bond sono titoli, a quell’epoca, che occupano una posizione marginale nel mercato. Si tratta di obbligazioni emesse da società con quasi nessun requisito di solvibilità. Sono detti appunto junk bond, titoli spazzatura, perché sono ad altissimo rischio. Per questo pagano interessi più alti delle obbligazioni correnti, ma occupano una quota molto piccola delle transazioni finanziarie in America. Ci sono anche junk bond emessi da primarie società, ma per debiti per i quali non hanno più garanzie da fornire alle banche. Insomma, è un mondo vario e complesso.

Milken, però, capisce che l’affare può diventare molto interessante. Più che stare lì a combattere con centinaia di altri broker intorno ai soliti titoli, è meglio lan­ciar­si nell’esplorazione di nuovi percorsi . La sua idea è molto semplice e sarà alla base della futura finanza “speciale” (dai sub-prime in avanti).

Il meccanismo: come funzionano gli junk bonds

Poniamo che una società molto rispettabile abbia avuto mille miliardi di finan­ziamento regolare da banche regolari. Ma poniamo anche che le servano altri 100 miliardi, ai quali però non ha diritto perché ha esaurito le sue garanzie. Qui arriva Milken. Che fa un ragionamento alla ditta in questione: per questi 100 miliardi aggiuntivi, ovviamente, siete disposti a pagare di più. Tanto poi farete la media con l’altra parte del prestito (ottenuto a condizioni regolari) e la differenza che dovrete pagare in più, complessivamente, non sarà rilevante. Però avrete i 100 miliardi aggiuntivi che vi servono, e potrete così completare i vostri piani di investimento. Corretto.

Dopo di che fa un altro discorso ai potenziali investitori (quelli che devono prestargli i 100 miliardi che lui girerà alla ditta in questione). Si tratta di un’a­zienda molto rispettabile che ha in corso grossi investimenti (1100 miliardi). Per una serie di questioni bancarie-burocratiche non riesce a avere gli ultimi 100 miliardi che le servono. Se noi glieli diamo, pagano il doppio di interessi. Il rischio, a conti fatti, è modesto. E così l’affare va.

Il ballo dei predoni

La scoperta di Milken non è banale. Si è accorto che un settore marginale del mercato può diventare un grande affare. In giro c’è sempre gente che ha bisogno, magari per pochissimo tempo, di soldi che non riesce a avere attraverso i normali canali di finanziamento e per i quali è disposta a pagare anche interessi più alti. Si dice, ad esempio, che Ted Turner abbia costruito la Cnn proprio grazie all’appoggio di Milken e dei suoi finanziatori. Turner aveva in testa un grande progetto, ma non aveva i mezzi e le garanzie necessarie. Sia pure a caro prezzo Milken gli ha consentito di realizzare la sua idea.

In breve tempo Milken fa molta strada. La sua idea si rivela geniale: una banca può fare soldi anche prestando soldi a gente a cui non dovrebbe proprio prestarli. Anzi, si fa pagare di più del normale. Quindi fa anche affari più grandi. Di fatto, però, “rovescia” il mestiere del banchiere. Il banchiere non è più la persona avveduta che presta soldi solo a gente molto solida e di cui conosce tutto. Il banchiere, nella versione Milken, diventa di fatto uno speculatore che va a cercare i suoi clienti più interessanti proprio dove non ci sono garanzie e dove i rischi sono più grandi. Ma, forse perché si trova a fare i conti con un mondo dove ci sono tante idee, ma pochi soldi e ancor meno garanzie, ha successo.

Nel giro di pochi anni il suo movimento di junk bond arriva a essere il 90 per cento del giro d’affari della banca per cui lavora.

Ottiene che gli venga aperto un ufficio a Beverly Hills. Non perché ami i divertimenti (anzi, lavora quindici ore al giorno e anche di più), ma perché da quella posizione geografica, rimanendo in ufficio dalle 4 di mattina alle 11 di sera, può seguire, senza interruzioni sia il mercato americano, che quello europeo e quello giapponese. Il suo ufficio, poi, consiste in un salone con al centro un immenso tavolo fatto a X. Lui sta all’incrocio dei due bracci e i suoi collaboratori lungo i quattro lati. Dalla sua posizione può controllare tutto, ascoltare le telefonate, dare suggerimenti, spronare i più lenti.

A un certo punto il suo stipendio arriva a 550 milioni di dollari all’anno (ma riuscirà a fare anche di meglio). Il Wall Street Journal fa un rapido conto e spiega che in quello stesso anno i presidenti della Chrysler, della Ibm e della Itt, tutti insieme, hanno guadagnato soltanto 4,6 milioni di dollari contro i 550 di Milken. Il bilancio annuale della Sec (l’organismo americano di controllo sulle Borse e le transazioni finanziarie) è di appena 137 milioni di dollari. Il lancio di uno Space Shuttle costa in tutto 350 milioni di dollari, un po’ meno dello stipendio annuale di Milken.

Presto Milken decolla sul serio perché negli Stati Uniti matura la stagione dei grandi takeover. Cioè dei grandi assalti alla società quotate. E’ la stagione dei “Barbarian at the gate” (titolo di un famoso libro dell’epoca). Spesso, anche se non si tratta proprio di barbari, si tratta di gente che non ha i soldi necessari per condurre gli assalti che ha in mente. Si tratta, in assoluto, di speculatori allo stato puro (anche se, alla fine, sono utili perché spaventano e svecchiano i vecchi gruppi dirigenti, magari un po’ troppo assonnati). Vanno in Borsa e assaltano una società che non va bene, con i bilanci in perdita. La spesa della scalata, grazie a una tecnica detta “leverage by out” (Lbo), alla fine viene scaricata sulla stessa società assaltata.

Una volta conquistata l’azienda, in genere, la fanno a pezzi e vendono i singoli frammenti. La rete distributiva a un concorrente a cui serve, i capannoni industriali a uno speculatore immobiliare che vuole costruire appartamenti, ecc. In genere ricavandone molto di più dei soldi spesi per condurre l’assalto. Alla fine, insomma, l’azienda è distrutta (in qualche caso cessa proprio di esistere), ma i “barbari” sono diventati più ricchi. E’ rimasto famoso uno di questi pirati il quale era solito dire che non aveva senso andare a cercare il petrolio sotto la sabbia dei deserti d’Arabia, quando Wall Street era piena di piccole società petrolifere malandate, ma con ancora ricche riserve di petrolio: bastava assaltarle, impa­dro­nirsi del loro petrolio e venderlo.

Però è evidente che gente che fa questo tipo di attività non può certo andare da una banca “normale” a chiedere fondi per assaltare questa o quella società rispettabile (o, almeno, non si poteva in quegli anni). Allora si va da Milken, che diventa così il più grande finanziatore di tutte le scalate di Borsa di quel periodo.

Una volta all’anno la sua banca dà una festa a Beverly Hills per i clienti più importanti, e questa festa viene subito battezzata dai giornali come “Il ballo dei predoni” perché vi partecipano appunto i più noti “barbari” (scalatori) della Wall Street di quegli anni. Si racconta che nel 1986 Milken ha già finanziato più di 150 takeover e che quell’anno fra stipendio e gratifiche porta a casa l’astro­nomica cifra di 1250 milioni di dollari.

Più tardi, però, Milken finirà nei guai, e dovrà chiudere la sua brillante carriera. Uno dei suoi “predoni” (Ivan Boesky, che andava alle riunioni e ai pranzi ufficiali sempre accompagnato dalla madre ottantenne, una vecchietta molto distinta e molto stupita di trovarsi in mezzo a signori tanto eleganti e che dicevano cose tanto incomprensibili per lei) viene accusato di insider trading e confessa la collaborazione con Milken. Partono le indagini e Milken viene accusato di quasi cento diversi reati (compresa l’associazione a delinquere).

Tenta di difendersi, si procura i migliori avvocati, ma quando gli mettono in carcere il fratello, e quando si accorge che gli avvocati gli costano qualcosa come un milione di dollari al mese, preferisce trattare con l’accusa e chiudere la partita: paga una fortissima multa e va in un carcere di minima sicurezza (quelli per bancarottieri e criminali non violenti). Uscito, anni dopo, si dedicherà a opere di bene, attraverso un’apposita fondazione, salvo qualche nuova puntata nel mondo della finanza. Ma ormai sulla scena finanziaria ci sono ben altri soggetti.

La lezione degli junk bonds di Milken

Perché si è detto che il ragazzo con la lampada da minatore in testa in fondo anticipa certa finanza creativa che poi porterà al disastro del 2008? Perché ha dimostrato che una banca può fare soldi anche, e soprattutto, facendo quello che non dovrebbe mai fare (e che i banchieri di una volta non avrebbero mai fatto): e cioè prestando soldi a chi non bisognerebbe mai prestarli perché non è affidabile e perché non ha garanzie adeguate da fornire a sostegno dei soldi che riceve. Sembra un paradosso, ma è proprio così che Milken è riuscito a guadagnare in un solo anno più di un miliardo di dollari. E, più tardi, sarà grosso modo nello stesso modo (prestando soldi che non dovevano essere prestati) che molte banche d’affari diventeranno dei giganti in grado di pagare ai propri dirigenti ogni tipo di lusso e emolumenti da centinaia di milioni di dollari, anno dopo anno.

C’è stato un prezzo da pagare, naturalmente. All’epoca Milken è passato per uno tipo molto spregiudicato. Ma, come si vedrà, i suoi successori, gente in apparenza molto più per bene, alla testa di importanti banche, hanno fatto ben di peggio. Hanno spinto la “logica Milken” ancora più avanti, al punto da creare un labirinto quasi impenetrabile. L’hanno fatta diventare un affare gigantesco, planetario, che alla fine ha portato tutti alla rovina.

Giuseppe Turani
Informazioni su Giuseppe Turani 31 Articoli
Giornalista economico e Direttore di "Uomini & Business". E' stato vice direttore de L'Espresso e di Affari e Finanza, supplemento economico de La Repubblica. Dal 1990 al 1992 è editorialista del Corriere della Sera, del mensile Capital e dei settimanali L'Europeo e Il Mondo. Ha scritto 32 libri.

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