Brexit: quel divorzio nocivo per tutti, figlio dell’era della “disruption”

Un divorzio non è mai una faccenda piacevole. Oltre a essere lacerante, doloroso e dirompente per entrambe le parti coinvolte, è anche fonte di conflitti di varia natura: emotiva, finanziaria, sociale, burocratica, legale e normativa. La Brexit, la decisione del Regno Unito di uscire dall’Unione europea ad appena un anno dalla risicata vittoria del Leave nel referendum del 2016, non fa eccezione.

In un recente articolo sulle minacce che incombono sull’Europa, il finanziere ungherese di lungo corso George Soros avverte che quello della Brexit sarà un processo estremamente dannoso e gravido di ripercussioni negative per ambo le parti. Tuttavia, Soros sostiene anche che “una proposta sfavorevole per tutti potrebbe trasformarsi in una situazione in cui tutti ricavano qualche vantaggio”. Questo se le due parti rinsaviscono, concedendo finalmente qualche apertura all’interno di una trattativa caratterizzata finora dalle polemiche. Soros, che ha sostenuto attivamente e finanziariamente l’iniziativa “Best for Britain”, ideata al fine di evitare un divorzio caotico e la convocazione di un secondo referendum, afferma che la Gran Bretagna renderebbe all’Europa un servizio prezioso se annullasse la Brexit e non creasse nel bilancio europeo un buco difficile da colmare.

Soros aggiunge che le ragioni economiche a favore della permanenza del Regno Unito nell’UE, benché valide, sono divenute evidenti solo negli ultimi mesi e che ci vorrà tempo prima che siano recepite. “Nel frattempo”, ha dichiarato, “l’UE deve trasformarsi in un organismo di cui paesi come la Gran Bretagna desiderino far parte, al fine di rafforzare anche le ragioni politiche della sua permanenza nell’Unione”. Per raggiungere questo obiettivo l’Europa dovrebbe ripensare i suoi trattati, ormai obsoleti, e consentire agli stati membri di riaffermare la propria sovranità anziché cederne ulteriori quote. Un’Europa “a più binari” consentirebbe infatti agli stati membri una maggiore varietà di scelte, che allo stesso tempo potrebbe rafforzarne la collaborazione.

Intanto, l’urgenza di trovare una soluzione al problema della Brexit si fa sentire in modo sempre più marcato. Se infatti la Brexit si sta già dimostrando un evento assai dirompente sia per il Regno Unito sia, in misura minore, per l’Unione europea (almeno per il momento), una serie di altre forze ancor più dirompenti è già all’opera.

La disruption che arriva da oltreoceano

Lo sconvolgimento di gran lunga più significativo dello scorso anno (in un’ottica tanto mondiale quanto europea) è giunto probabilmente dalla Casa Bianca, dove Donald Trump seguita a sconcertare, irritare e disorientare indistintamente alleati e avversari. La decisione di Trump di imporre dazi tanto ad alleati quanto a rivali in campo economico minaccia di innescare una grave guerra commerciale di portata internazionale.

Questa iniziativa ha scosso profondamente i suoi partner occidentali, rischiando al contempo di danneggiare l’economia degli Stati Uniti stessi, e ha causato costernazione in Europa, dove ora si teme che l’alleanza transatlantica stia andando in pezzi, soprattutto dopo la decisione statunitense di reintrodurre sanzioni contro l’Iran, con il rischio di far saltare l’accordo sul nucleare iraniano che era stato raggiunto con tanta fatica. Tutto ciò sta già producendo un impatto negativo sul commercio e sugli affari europei, dal momento che i produttori e i gruppi energetici europei stanno riconsiderando i propri investimenti e i propri progetti in Iran, mentre i produttori di acciaio si preparano a tempi difficili a causa dei dazi applicati da Trump. Le ripercussioni si stanno facendo sentire anche sul Regno Unito, che per molto tempo aveva vantato un rapporto privilegiato con gli Stati Uniti. Allo stato attuale, pare assai improbabile che Londra riesca a ottenere da Washington nuovi termini commerciali favorevoli, almeno fino a quando il presidente Trump occuperà la Casa Bianca. Nel frattempo è l’industria dell’acciaio britannica, che negli ultimi anni aveva iniziato una lenta ripresa, a subire le conseguenze più pesanti della guerra dei dazi.

Vi sono altri due elementi alla base delle pressioni che si sono create e che rappresentano alcune delle cause profonde sia della Brexit sia della successiva elezione di Donald Trump. Il primo va rintracciato nella crisi dei rifugiati che ha investito l’Europa mettendo a dura prova le relazioni tra gli stati membri dell’UE e generando significative ripercussioni sui singoli stati. Gli Stati Uniti si sono trovati ad affrontare problemi simili, anche se meno gravi, con il flusso di migranti dal Messico, dai paesi caraibici e da altri paesi dell’America centrale e meridionale. Il secondo elemento riguarda gli effetti ancora tangibili della crisi finanziaria del 2008, che ha indotto numerosi paesi, tra cui il Regno Unito e altri stati europei, a adottare politiche economiche e fiscali di austerità.

L’applicazione di queste politiche, sommata al problema dei rifugiati e dell’immigrazione di massa, ha inevitabilmente scatenato una reazione popolare negativa, che ha portato a un repentino aumento del populismo e alla sua crescente influenza sugli assetti politici europei.

Un lungo periodo di transizione

Sebbene l’uscita ufficiale della Gran Bretagna dall’UE sia prevista per la fine di marzo del prossimo anno, tutto lascia supporre che il divorzio sarà un processo lungo, che probabilmente richiederà più di cinque anni. Un così lento protrarsi della vicenda rischia di avere conseguenze dirompenti, soprattutto se i sostenitori più convinti della Brexit tra le file del partito conservatore costringeranno gli avversari a una prova di forza che a sua volta potrebbe far cadere il governo di Theresa May.

In questo caso si potrebbe andare a elezioni anticipate, in cui il partito laburista all’opposizione, che per ora ha mantenuto una posizione ambigua sulla Brexit, intravede la propria occasione per tornare al potere. Questo lungo periodo di transizione, tuttavia, potrebbe anche produrre effetti positivi, consentendo tanto ai politici quanto agli elettori di valutare i pro e i contro dell’uscita dall’UE e le sue conseguenze a lungo termine sulla prosperità futura del Regno Unito come pure sulla sua sicurezza nazionale.

In sintesi, la questione è se il Regno Unito guadagnerebbe di più da un accordo, che gli permetterebbe di conservare i benefici del mercato unico e dell’unione doganale ma lo obbligherebbe a rispettare le regole dell’UE e della Corte di giustizia dell’Unione europea, o se in ultima analisi gli converrebbe uscire definitivamente dall’UE e dare forma a una serie di nuove relazioni e accordi commerciali con altri paesi, tra cui quelli dell’UE. Si tratta sostanzialmente di una scelta tra sovranità (o, come la definisce la campagna per il Leave, “ripresa del controllo”) da una parte e logica economica e pragmatismo dall’altra.

Quali che siano le pretese dei sostenitori della Brexit più intransigenti, la motivazione economica per l’uscita dall’UE è già venuta meno. Una fuga di notizie ha rivelato che, secondo una stima del governo del Regno Unito il controllo totale delle attività commerciali britanniche rischia di ridurre dell’8 percento la crescita economica del paese nel giro di 15 anni.

Nel primo semestre del 2018 la flessione degli investimenti, i bassi consumi delle famiglie e una diminuzione generale dell’attività economica hanno gravato sull’economia britannica che, secondo dati ufficiali, ha quasi vissuto un periodo di stagnazione. Altri dati raccolti dal settore bancario hanno mostrato una lenta crescita dei prestiti al consumo, mentre un’altra recente indagine ha evidenziato un calo della fiducia delle famiglie prima della Brexit. Il governatore della Banca d’Inghilterra Mark Carney ha affermato che normalmente gli investimenti delle imprese registrerebbero una crescita molto più marcata quando l’economia mondiale è fiorente, mentre ora sono frenati dal clima di incertezza causato dalla Brexit. Attualmente la Banca d’Inghilterra ha ridimensionato all’1,4 percento le previsioni per la crescita media annua nel 2018 rispetto all’1,8 percento stimato in precedenza. Carney ha inoltre avvisato gli economisti londinesi che qualora la transizione verso la Brexit si rivelasse dirompente, gli organismi preposti alla fissazione dei tassi di interessi sarebbero obbligati a reintrodurre alcune delle misure eccezionali adottate all’indomani del referendum sulla permanenza del Regno Unito nell’UE.

Una pessima idea dal punto di vista economico

A fine maggio, una delegazione dei più importanti industriali europei riuniti nell’influente Tavola rotonda europea degli industriali ha fatto presente al primo ministro l’esigenza di avere chiarezza in merito alla Brexit per quanto riguarda il mantenimento di un’unione doganale e frontaliera fluida per i loro investimenti. In assenza di tale chiarezza, gli investimenti ne soffriranno, in quanto le aziende saranno riluttanti ad assumersi impegni di finanziamento onerosi. Il mercato unico e l’unione doganale hanno da tempo garantito un commercio fluido con l’UE, che costituisce di gran lunga il maggiore mercato di esportazione della Gran Bretagna, equivalente a oltre il 40 percento dei flussi totali annui ovvero circa 240 miliardi di sterline all’anno.

Secondo dati forniti dal governo, inoltre, nel 2016 mercato unico e unione doganale hanno attirato investimenti stranieri diretti nel paese creando 1.600 posti di lavoro alla settimana. Dopotutto è stata Margaret Thatcher, il cui rapporto con l’UE era a dir poco difficile, a dare impulso agli investimenti stranieri in Gran Bretagna con la giapponese Nissan e altre case automobilistiche negli anni Ottanta. Come ha osservato in un recente articolo David Warren, ex ambasciatore britannico in Giappone: “L’argomentazione decisiva era che questi investitori sarebbero diventati aziende britanniche che vendevano in Europa attraverso l’unione doganale”. Warren sostiene che la possibilità di commerciare in modo fluido è importante oggi come lo era allora. E questo vale in particolare per l’industria automobilistica.

Il ritornello del perché la Brexit sia semplicemente una cattiva idea dal punto di vista economico continua ad amplificarsi. L’autorevole Institute of Fiscal Studies calcola che a soffrirne saranno sia la crescita sia la finanza pubblica. Ci si dovrà scordare dei tanto sbandierati 350 milioni di sterline in più alla settimana da destinare alle casse vuote del Servizio Sanitario Nazionale britannico, una promessa discutibile che era stata al centro della campagna referendaria del Leave. Il Central Board of Industry e l’Institute of Directors hanno espresso anch’essi le loro preoccupazioni in varie occasioni. La commissione per l’ambiente dell’UE della Camera dei Lord ha affermato che era “impensabile” che non ci sarebbe stato alcun impatto sui prodotti UE, che costituiscono fino al 30 percento delle importazioni di prodotti alimentari del Regno Unito. Da parte sua, Ryanair ha messo in guardia sul rischio di gravi interruzioni nei voli tra Gran Bretagna e Unione europea a partire da aprile 2019 se non verranno stabiliti nuovi accordi prima di settembre 2018. Anche le autorità fiscali britanniche hanno avvertito che, in assenza di un’unione doganale, i costi di attuazione di un nuovo regime doganale per le imprese che commerciano con l’UE potrebbe raggiungere i 20 miliardi di sterline l’anno. E tutto ciò senza tenere conto delle ripercussioni politiche deleterie qualora i nuovi accordi doganali comportassero la reintroduzione di una frontiera “rigida” tra Irlanda del Nord e Repubblica d’Irlanda.

Un’indagine annuale condotta da Ernst & Young su 502 multinazionali con sede in Europa ha rilevato che il 33 percento di tali imprese ritiene che la Brexit avrà conseguenze negative sulle loro attuali attività e che in realtà i suoi effetti si stanno già facendo sentire. La maggior parte degli investitori internazionali attivi è all’opera per riesaminare le proprie catene di approvvigionamento, i termini commerciali e doganali, i costi delle importazioni e altri nuovi costi che potrebbero metterne a rischio le attività. In breve, conclude E&Y, gli investitori stanno ripensando a fondo le loro strategie di investimento a lungo termine in Europa e nel mondo.

Anche l’Economist Intelligence Unit ha recentemente redatto un rapporto sulle conseguenze che avrà la Brexit su numerosi settori chiave dell’economia britannica. Le ripercussioni sarebbero ancora maggiori nel caso in cui il Regno Unito non riuscisse a ottenere un accordo di uscita accettabile con l’UE, sul modello dell’accordo commerciale con il Canada, che preveda alcuni termini speciali importanti per l’economia britannica. Il rapporto indica tre settori che saranno direttamente colpiti dalla Brexit: servizi finanziari, settore automobilistico e settore sanitario e delle scienze biologiche.

Nel caso dei servizi finanziari, il rapporto prevede che Londra manterrà il proprio status di centro finanziario tra i più importanti del mondo e di principale hub finanziario europeo anche dopo la Brexit. Considerata la notevole interdipendenza tra il settore dei servizi finanziari dell’UE e quello britannico, è probabile che vi sia un reciproco interesse nel giungere a un accordo che soddisfi entrambe le parti. Ma l’accordo sarà inevitabilmente parziale e vi saranno istituti che trasferiranno alcune delle loro attività altrove, come sta già accadendo. Secondo le previsioni, si assisterà a un crollo delle esportazioni per il settore sanitario, mentre se non si concretizza un accordo commerciale il settore automobilistico rischia di trovarsi ad affrontare sfide ancor più ardue. Questo renderebbe difficoltosa la produzione su larga scala di autoveicoli nel Regno Unito e, in caso di una Brexit “dura”, ne deriverebbe un significativo calo delle vendite da qui al 2022.

L’impatto della Brexit sui settori dei beni di consumo e delle vendite al dettaglio, delle telecomunicazioni e dell’energia potrebbe risultare più diluito, ma comunque dirompente. I beni di consumo e i prodotti alimentari subiranno il contraccolpo causato dalla perdita di manodopera proveniente dai paesi UE e dalle dispute di natura normativa. Un mancato accordo rischierebbe di affossare le esportazioni e far lievitare ancor più i prezzi delle importazioni. L’uscita dal mercato unico digitale avrà pesanti conseguenze sul settore delle telecomunicazioni del Regno Unito che rischiano di ripercuotersi sugli investimenti nell’innovazione e sulle tariffe di roaming che i consumatori britannici dovranno pagare per la telefonia mobile.

L’impatto sul settore energetico e sul clima

Per quanto riguarda il settore dell’energia, il paradosso è che in passato il Regno Unito è stato uno dei più fervidi sostenitori di una maggiore integrazione del mercato energetico interno europeo mirata a potenziare la sicurezza energetica, ridurre i costi dell’energia e promuovere la decarbonizzazione delle fonti energetiche. Su tutti questi punti, così come sul commercio diretto dell’energia, aleggia ora una crescente incertezza. Secondo l’Economist Intelligence Unit, il commercio è forse l’ultimo dei problemi, ma rimane comunque importante. Il Regno Unito è un importatore netto di petrolio e gas che si rifornisce in gran parte dalla Norvegia, ed è improbabile che questo commercio di petrolio e gas risentirà della Brexit. Tuttavia, qualsiasi interruzione nelle catene di approvvigionamento potrebbe avere conseguenze dirette sul settore del gas naturale in termini di costi operativi e d’investimento. Più problematico sarà il commercio dell’elettricità in un momento in cui la dipendenza del Regno Unito dall’elettricità importata dall’Europa è in aumento. Qui l’aspetto paradossale è che il Regno Unito uscirà dall’UE, ma il suo legame con il mercato dell’elettricità europeo è destinato a farsi più stretto.

Praticamente tutte le aziende del settore energetico hanno raccomandato che il Regno Unito mantenga la propria piena partecipazione al mercato interno dell’energia dell’Unione europea così come al mercato unico dell’energia integrato. Ma se la Gran Bretagna si ritira dal mercato unico e si sottrae alla giurisdizione della Corte di giustizia dell’Unione europea, rimanere in questi mercati potrebbe non essere più possibile. L’uscita della Gran Bretagna rischia inoltre di ostacolare il raggiungimento degli obiettivi europei in materia di clima ed energia in virtù della partecipazione attiva che ha avuto alla definizione degli obiettivi 2020 e 2030 sul clima per tutta l’Europa, alla creazione del Sistema europeo di scambio di quote di emissione e allo sviluppo di altre politiche, come le direttive sulla qualità dell’aria. Ci si attende che il Regno Unito, che si è basato anche sulle proprie politiche sul clima, continuerà a perseguire gli obiettivi climatici. Tuttavia questo compito diventerà più difficoltoso se non potrà rimanere nel Sistema europeo di scambio di quote di emissione, il quale, ancora una volta, comporta l’accettazione della giurisdizione della Corte di giustizia dell’Unione europea.

L’uscita britannica dall’UE avrà ripercussioni anche sull’impegno dei restanti 27 stati membri a raggiungere gli obiettivi in materia di clima ed energia. Nel caso della riduzione delle emissioni del 40 percento rispetto ai livelli del 1990, il Regno Unito ha contribuito in modo significativo al conseguimento degli obiettivi complessivi europei. Se e quando se ne andrà, probabilmente parte dell’onere potrà essere assunto dalla Germania, ma ad aumentare sarà anche la pressione esercitata sui paesi dipendenti dal carbone, come la Polonia, affinché mantengano gli impegni. Anche la Francia potrebbe divenire oggetto di pressioni per far sì che non smobiliti troppo alla svelta i propri impianti nucleari. L’Unione europea, pertanto, potrebbe scoprire che sentirà la mancanza del Regno Unito tanto quanto viceversa per ciò che riguarda il settore energetico e, di fatto, anche in molte altre aree, come quella industriale, finanziaria, sociale, sanitaria, della sicurezza e diplomatica.

Quel che è certo è che in Gran Bretagna l’opinione pubblica è cambiata da quando due anni fa si è tenuto il referendum. “Taking back control”, riprendersi il controllo, non è più considerata dalla maggior parte dei cittadini britannici una strada verso una nuova prosperità con la promessa di “fantastici accordi commerciali” con il resto del mondo. Alcuni recenti sondaggi hanno mostrato unanimemente che per la maggioranza degli elettori, soprattutto per le generazioni più giovani, proteggere l’economia nel post-Brexit è diventato più importante della sovranità nazionale. I sostenitori irriducibili della Brexit, come il membro del Parlamento conservatore Jacob Rees-Mogg, continuano a sostenere che il Regno Unito deve riprendersi la piena sovranità e abbandonare il mercato unico e l’unione doganale. Rees-Mogg ha ammonito che qualsiasi soluzione di compromesso nelle trattative in corso che preveda di rimanere in un modo o nell’altro in un’unione doganale con l’UE equivarrebbe a ridurre il paese a uno “stato vassallo”. Questa posizione gode del sostegno degli elettori più anziani, ma la stragrande maggioranza dei giovani ritiene che sia molto meglio rimanere uno stato vassallo, se ciò serve a proteggere la loro futura prosperità economica e quella delle loro famiglie.

I prossimi mesi saranno decisivi per l’esito delle trattative sulla Brexit e per il futuro dei rapporti tra Regno Unito e Unione europea. Ma ogni giorno che passa sta diventando sempre più chiaro che per realizzare un commercio fluido ed evitare di minare l’economia nazionale in generale, la Gran Bretagna dovrà pagare un prezzo, ovvero piegarsi alla necessità di applicare le attuali regole dell’unione doganale e del mercato unico, o almeno qualcosa di simile. Resta da vedere se lo zoccolo duro dei sostenitori della Brexit, sia da destra sia da sinistra, finirà per accettare il cambiamento di umore generale che si è prodotto nei confronti della Brexit o se lotterà invece fino all’ultimo per quello che rischierebbe di trasformarsi in un divorzio dalle conseguenze particolarmente dirompenti.

Nicolo Sartori
Informazioni su Nicolo Sartori 40 Articoli
Nicolò Sartori è ricercatore presso l’Area Sicurezza e Difesa dell’Istituto Affari Internazionali di Roma. La sua attività si concentra in particolare sull’evoluzione delle tecnologie nel settore energetico. Attualmente, è candidato al Dottorato presso il Dipartimento di politica e relazioni internazionali dell’Università del Kent, Regno Unito. Ha lavorato inoltre come Consulente di Facoltà al NATO Defense College di Roma, dove ha svolto ricerche sul ruolo dell’Alleanza Atlantica nelle questioni di sicurezza energetica.

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