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UE-Russia, una relazione necessaria. Tu chiamalo se vuoi gas

La collaborazione tra Unione europea e Russia nel settore del gas non è una possibilità, ma una necessità imposta dalla geografia e dalla geopolitica. È quanto sostiene Konstantin Simonov, direttore generale della Fondazione Russa per la Sicurezza Energetica, nell’intervista che ci ha rilasciato.

Russia e Unione Europea sembrano avere raggiunto un accordo per la chiusura della procedura contro Gazprom. Il colosso russo del gas dovrebbe impegnarsi a non sfruttare la propria posizione dominante e ottenere in cambio la possibilità di espandere le proprie attività all’interno dell’Unione. Quali saranno, secondo lei, gli effetti industriali e quali quelli geopolitici?

Effettivamente si parla spesso del compromesso. Io direi che non c’è nulla di straordinario in quanto sta accadendo, tranne il momento storico in cui tutto ciò avviene. Perché sembra che la situazione politica sia eccezionalmente drammatica ed era imprevedibile che la Commissione europea potesse prendere una decisione apparentemente d’intesa con la Russia. La situazione economica e quella politica hanno effettivamente imposto questo passo che è logico e razionale. I dati attuali, d’altronde, dimostrano che le accuse nei confronti di Gazprom risultano estremamente contestabili. Nell’ultimo periodo abbiamo osservato prezzi decisamente bassi, che non si verificavano da anni sul mercato europeo. Ma ciò è accaduto non perché l’Europa ha riformato il mercato energetico secondo i propri principi. Al contrario, i prezzi sono caduti grazie ai contratti sul gas e il petrolio. A inizio anno i prezzi del petrolio non erano tanto bassi. Poi dopo nove mesi, fra settembre e ottobre, si sono molto ridotti. Questo è stato il primo momento. Il secondo è stato lo scorso ottobre, quando i prezzi su base europea risultavano più elevati di quelli proposti da Gazprom, orientativamente intorno ai 50 dollari. Anche se ufficialmente non sono interamente contabilizzate dalla Commissione europea, queste cifre rappresentano la realtà. In terzo luogo, l’Europa non ha alternative al gas. I terminali per il gas naturale liquefatto (Gnl) sono per due terzi vuoti e tutto ciò in un contesto in cui Gazprom ha segnato il record storico giornaliero di forniture all’estero. Solo lo scorso ottobre, in tutta l’Unione europea sono stati consegnati 15 miliardi di metri cubi. I clienti europei hanno acquistato ben più dei volumi previsti nel contratto con Gazprom. Sono condizioni assolutamente senza precedenti e con una situazione del genere per la Commissione europea proseguire sulla strada dell’alternativa al gas russo sarebbe assolutamente folle. Il dato sull’importazione risulta assolutamente senza precedenti. Credo inoltre che in Europa stia emergendo la sensazione che l’Ucraina possa avviarsi alla stagione invernale con una quantità molto ridotta di gas. E la brutta stagione è iniziata in anticipo, rispetto ai due anni precedenti. La difficoltà, dal punto di vista economico, consiste nel fatto che contrastare Gazprom nel periodo invernale è particolarmente difficile. Ed è importante non perdere il contatto con la realtà. Ciò che conta è che quest’anno in Europa sono state prese decisioni davvero inattese. Se ricorda, a giugno la Corte arbitrale ha emesso una sentenza a favore di Gazprom nel contenzioso con la Lituania. Le autorità di Vilnius avevano citato in giudizio Gazprom nel 2012 per aver fornito gas a prezzi rialzati, utilizzando la propria posizione dominante sul mercato. (Secondo la Lituania la cifra contestata sarebbe pari ad 1,6 miliardi di dollari, accumulati fra il 2004 e il 2012, ndr). Come ammesso anche da alcuni esponenti lituani, l’esito del processo arbitrale è stato uno shock ma esso non aveva prospettive di successo, e bisognerebbe capire se i lituani siano riusciti ad ottenere qualcosa grazie a questo contenzioso: forse la promessa di un più rapido accesso al progetto dell’hub europeo. Si è trattato comunque di un successo di minima entità. Dal punto di vista economico, quindi, non ci sono tendenze positive. Dal punto di vista politico, non si può ovviamente cambiare tutto in un colpo, ma è importante aver stabilito il precedente. Persino nelle condizioni attuali a Bruxelles è stato possibile prendere delle decisioni apparentemente favorevoli a Gazprom. È positivo riconoscere che si possono raggiungere questo tipo di compromessi.

Il progetto per il raddoppio del Nord Stream ha suscitato vivaci polemiche, in particolare da parte di Stati Uniti, Polonia, Repubbliche baltiche, ma anche in Italia. Il raddoppio legherebbe ancora più saldamente Berlino e Mosca, ma accrescerebbe il peso specifico della Germania in Europa, soprattutto rispetto ai paesi ex comunisti. È così? E crede che per il governo russo questo sia uno sviluppo auspicabile?

La storia delle relazioni fra Russia e Germania per quanto riguarda le forniture di gas è iniziata più di 40 anni fa. Le prime forniture di gas in Germania sono state fatte nel 1973, e il paese rappresenta il principale mercato di sbocco per il gas russo. Gazprom non è solo un partner nelle vendite. Possiede anche la società Wingas (una joint venture tra Gazprom e Wintershall), che è co-proprietaria delle infrastrutture del gasdotto Opal presenti sul territorio della Germania. Opal prosegue nella Repubblica Ceca attraversando il territorio tedesco. Questo rapporto speciale è il motivo per cui l’imprenditoria tedesca e Gazprom hanno dei punti di contatto. Inoltre, le aziende tedesche, un caso piuttosto raro, stanno lavorando attivamente sul mercato russo estraendo gas in Russia. Lo stesso progetto Nord Stream è stato implementato come un asset swap ed è costruito congiuntamente. Di fatto il legame è irrobustito dal fatto che i tedeschi sono presenti in Russia nell’upstream, e che Gazprom è presente in Germania nel downstream. Sul piano delle relazioni reciproche, quindi, il livello è estremamente elevato e questo permette di guardare con tranquillità alla particolare congiuntura politica. Perché tutti, come ad esempio il Cancelliere tedesco Angela Merkel, sulla quale hanno un pesante influsso gli Stati Uniti, devono tener conto degli aspetti economici. Ma ciò non ferma le regole del mercato e il concetto di base è che sul piano commerciale Gazprom ha proseguito le collaborazioni esistenti. Ci tengo a mettere in risalto il fatto che proprio il gas non è stato sottoposto alle sanzioni anti-russe. Ci sono delle sanzioni ma non per Gazprom, le cui attività sono tutte compatibili con la legislazione Europea. In Germania, inoltre, l’anno prossimo si terranno le elezioni politiche, e in Russia certamente non saremo ingenui. La congiuntura non è positiva per la Merkel e probabilmente ci saranno dei cambiamenti nella struttura del potere. Forse la Germania sarà più cauta in merito alle sanzioni. In questo contesto è significativo che in Italia il progetto Nord Stream 2 abbia sollevato preoccupazioni da parte di alcuni esponenti politici, sebbene il gasdotto sia stato concepito proprio per rifornire il mercato italiano. Questa infrastruttura, per Bruxelles, consentirebbe di unire l’Italia con il Baltico, fornendo gas al Nord Italia aggirando l’Ucraina. Secondo noi si tratta di un progetto di aggiramento della ”tratta pericolosa” che attraversa l’Ucraina, dato che i clienti europei non vogliono essere sottoposti a questi rischi. È questa la lezione della ”crisi del gas” del 2009 (la crisi iniziò il 7 gennaio 2009, quando la Russia interruppe le forniture di gas destinate all’Europa attraverso l’Ucraina. Mosca accusò Kiev di avere violato gli obblighi di transito, trattenendo illegalmente le forniture di passaggio destinate ai clienti europei. Dopo una serie di negoziati e trattative trilaterali – Unione europea, Russia e Ucraina – si arrivò ad un accordo, ndr). Io capisco il motivo per cui l’Italia ha delle perplessità nei confronti del progetto dato che, se sarà realizzato, l’Italia riceverà il gas attraverso la Germania e l’Austria. Il presidente della compagnia austriaca Omv, Rainer Seele, è stato alla guida della tedesca Wintershall ed è tedesco, il che mostra la forte integrazione tra le compagnie gassifere tedesche e austriache. La questione ha una valenza politica, perché per Roma il progetto comporta una dipendenza dalle società che gestiranno il transito di Germania e Austria. Se i rappresentanti politici italiani temono che Germania ed Austria possano rafforzare il proprio peso, allora sarebbe stato necessario sostenere a suo tempo la realizzazione del South Stream. Grazie a quella infrastruttura l’Italia avrebbe ricevuto il gas attraverso la Grecia, un percorso più sicuro. Ma a suo tempo l’Italia non lo sostenne ed anzi se ne distaccò. La Russia dunque non aveva altra scelta che perseguire il raddoppio del Nord Stream.

Il raddoppio del Nord Stream, secondo lei, rappresenta la pietra tombale per il vecchio progetto del South Stream?

La situazione è tale che il South Stream, nella sua prima versione, e poi il Turkish Stream sono stati concepiti con quattro condotte. Per volontà della Turchia, data l’opposizione dell’Ue, le due rotte meridionali sono state trasferite al Nord Stream. In precedenza in Italia si prevedeva che il gas sarebbe arrivato nel Mezzogiorno attraverso Bulgaria e Grecia. Per questo resta in piedi la questione delle due rotte provenienti dal sud Europa. Una delle due andrà di sicuro verso la Turchia, a Istanbul, senza dubbio. La seconda rotta resta una questione aperta, perché la Turchia vorrebbe costituire un hub al confine con la Grecia e diventare il fornitore del gas russo verso l’Europa. Dal punto di vista geopolitico, tuttavia, non sembra esserci condivisione a livello europeo sul fatto che questa sia la soluzione migliore. Per questo motivo l’Europa propone ora alla Russia di realizzare un hub alla frontiera bulgaro-greca. Stiamo anche analizzando lo scenario di un’eventuale costruzione di una rotta meridionale attraverso la Bulgaria, ma vogliamo garanzie sul fatto che Sofia non blocchi il progetto anche stavolta, come avvenuto nel caso del South Stream. Il fatto è che ora non possiamo rimandare la decisione: abbiamo una data precisa, che è il primo gennaio del 2020, quando terminerà il contratto di transito del gas attualmente in vigore con l’Ucraina. Bisogna capire entro questa data come fornire il gas, senza transitare necessariamente attraverso il territorio ucraino.

Dopo il fallito colpo di stato in Turchia, le relazioni fra Ankara e Mosca sono nettamente migliorate: pensa che si tratti di un effetto stabile o le cose potrebbero nuovamente mutare in un prossimo futuro? E in questo caso, potrebbero esserci effetti negativi per il progetto del gasdotto Turkish Stream?

Per quanto riguarda la prima delle due condotte del Turkish Stream, credo che non cambierà nulla. L’opera sarà realizzata anche se la situazione politica dovesse prendere nuovamente dei risvolti negativi. Per quanto riguarda la seconda tratta dipende dalla posizione dell’Ue, se accetterà la Turchia come ”controllore” del gas diretto verso i Paesi europei. Per quanto concerne l’accordo firmato durante la visita di Putin ad Istanbul, esso riguarda solo una delle due condotte meridionali. Per la seconda non abbiamo preso alcun impegno con la parte turca ed è ancora una questione giuridica aperta.

Tutte le ipotesi di un gasdotto trans-caspico si sono sinora scontrate con lo status giuridico di quel mare che consente alla Russia d’impedire la realizzazione di un’infrastruttura di trasporto. Crede che in futuro questa situazione possa mutare?

Il Mar Caspio, come sapete, si distingue dagli altri mari perché è di fatto un lago sul quale si affacciano cinque paesi: Azerbaigian, Iran, Kazakhstan, Russia e Turkmenistan. La posizione della Russia è sempre stata una: la questione riguarda esclusivamente questi cinque paesi. Il problema giuridico del Caspio è irrisolto ormai da 25 anni. Un compromesso ancora non è stato trovato. Non è solo un problema della Russia; anche il Turkmenistan e l’Azerbaigian, ad esempio, hanno contrasti fra loro. Nell’ultimo periodo, inoltre, si è molto rafforzata la posizione dell’Iran, che ha una propria idea su come dividere il Caspio. Non credo che questo problema sarà risolto in fretta, dal momento che nessuno dei paesi della regione del Caspio è interessato a una stabilizzazione. Alla Russia non serve un mare aperto: lo stesso progetto del gasdotto Transcaspico è una variante alternativa di fornitura di gas all’Europa, e alla Russia, è chiaro, non è utile la costruzione d’infrastrutture alternative per portare il gas in Europa. Per l’Iran è lo stesso, visto che Teheran spera di vendere il proprio gas all’Europa. L’Azerbaigian, invece, ha già firmato i contratti per le forniture dal giacimento di Shah Deniz. Neanche il Turkmenistan ha interessi particolari, soprattutto perché il gas turkmeno è diretto principalmente in Cina. Si tratta di quote enormi. La Cina non ha interesse a che il Turkmenistan continui a vendere in Europa e il Paese non può opporsi alla posizione di Pechino, tenuto conto anche di una situazione economica nazionale non semplice.

Qual è l’attuale situazione delle forniture di gas dalla Russia alla Cina? E dall’Asia Centrale alla Cina?

Le relazioni tra la Cina e l’Asia centrale sono ottime. La Cina è un grande acquirente del gas centroasiatico. È una situazione che gioca contro gli interessi della Russia nelle trattative con Pechino. Con la Cina abbiamo firmato nel maggio 2014 un accordo per la costruzione del ”Sila Sibiri”, noto anche come ”Power of Siberia”: il gasdotto Jakutia-Khabarovsk-Vladivostok, in fase di costruzione nell’area orientale della Siberia, per trasportare il gas prodotto in Jakutia verso la Cina e i paesi dell’Estremo Oriente. Vi è una serie di difficoltà tecniche, per esempio nella separazione del metano dall’elio, ma di fatto il progetto procede. Dal punto di vista delle infrastrutture si prevede di separare il GNL dal metano e di costruire un grande impianto per il trattamento del gas nella regione russa dell’Amur. Il contratto prevede che le consegne inizino nel periodo tra il 2016 e il 2021. Ci sono quattro anni per portare a termine il progetto e non c’è motivo di cedere al panico. In Jakutia le infrastrutture sono operative già da un anno. Contemporaneamente abbiamo in fase di progettazione la costruzione di una seconda condotta, il cosiddetto ”Zapad” (Occidente), attraverso i Monti Altaj, complesso montuoso dell’Asia che si estende attraverso Cina, Mongolia, Russia e Kazakhstan. In questo caso sorgono dei problemi, perché nella Cina occidentale arriva già il gas dell’Asia centrale e Pechino può giocare duro nei negoziati per i prezzi. Per questo motivo i negoziati proseguono, ma sono decisamente complicati. Gazprom non ha spinto particolarmente, ma anche la Cina ha portato avanti la sua linea in vista di un prezzo favorevole. Tanto più che per il transito di queste forniture sarebbe necessario avvicinarsi alla frontiera orientale della Cina, e si solleva la questione di chi pagherà i costi di trasporto. Nella Cina occidentale di questo gas non c’è bisogno come in Europa. Pertanto la Russia, attraverso il ”Sila Sibiri”, vorrebbe aumentare il volume delle consegne di gas destinate alla Cina, basandosi sulla certezza che Pechino chiederà un aumento. Ciò è prevedibile non solo per via dell’andamento dell’economia cinese, ma anche per la questione ambientale. La Cina ha firmato l’accordo di Parigi COP21 per una costante riduzione delle emissioni di anidride carbonica. Ciò significa che ridurrà lo sfruttamento di alcune risorse, come il carbone, a favore del gas. E noi contiamo sul fatto che ne chiederà di più. La Cina è però un negoziatore difficile, può già contare sul gas dal Turkmenistan e lo usa come elemento di pressione nei confronti della Russia.

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Nicolò Sartori è ricercatore presso l’Area Sicurezza e Difesa dell’Istituto Affari Internazionali di Roma. La sua attività si concentra in particolare sull’evoluzione delle tecnologie nel settore energetico. Attualmente, è candidato al Dottorato presso il Dipartimento di politica e relazioni internazionali dell’Università del Kent, Regno Unito. Ha lavorato inoltre come Consulente di Facoltà al NATO Defense College di Roma, dove ha svolto ricerche sul ruolo dell’Alleanza Atlantica nelle questioni di sicurezza energetica.

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