South Stream, il gasdotto italo-russo e il sogno dell’indipendenza energetica

Sono partiti i lavori per la realizzazione di South Stream, il gasdotto che collegherà direttamente Russia e Europa. Obiettivo del progetto è ridimensionare la quota di gas russo che arriva in’Europa attraverso l’Ucraina e contrastare le rotte di Nabucco, il progetto alternativo sostenuto dalla Commissione europea.

South Stream, nato nel 2008 come joint venture paritaria tra Eni e Gazprom, lungo il percorso ha accolto anche francesi e tedeschi per limitare i rischi e il spalmare peso finanziario di un’operazione titanica che prevede la posa di condutture a 2000 metri di profondità, sotto il Mar Nero, 900 chilometri fino alle coste della Bulgaria. Per poi diramarsi in Europa tra l’Italia meridionale e i Balcani, gestito da una serie di accordi stretti da Gazprom con i Governi e le compagnie energetiche dei Paesi attraversati.

A Soci l’amministratore delegato di Eni ha firmato l’accordo che delinea il nuovo assetto proprietario della joint venture responsabile del tratto offshore di South Stream insieme a Henri Proglio, Ceo di Eléctricité de France, Harald Schwager della tedesca Wintershall (gruppo Basf) e ad Aleksej Miller, Ceo di Gazprom. Il monopolio russo manterrà la maggioranza nel consorzio, con una quota del 50%, mentre Eni scenderà al 20% cedendo a Edf e Wintershall il 15% ciascuno. Un passaggio, sottolinea la major italiana, che non intacca i diritti di trasporto del gas di South Stream sui mercati europei, diritti già acquisiti da Eni mentre Gazprom valuterà la distribuzione della propria parte: al massimo regime South Stream sarà in grado di trasportare 63 miliardi di metri cubi l’anno.

Al momento il costo dell’intero progetto è stimato attorno ai 15,5 miliardi di euro, 10 dei quali attribuiti al solo tratto sottomarino.  La partnership strategica tra Eni e Gazprom è stata completata con altri due accordi: il primo apre in ai russi le porte della Libia. Riconfermando accordi sottoscritti nel febbraio scorso, e sospesi a causa della guerra contro il regime di Muammar Gheddafi, Eni ha ceduto a Gazprom il diritto di acquisto di metà della quota italiana del 33,3% nel giacimento petrolifero di Elephant, nel deserto libico 800 chilometri a sud di Tripoli. Una transazione non tanto rilevante finanziariamente – il valore della parte che andrà ai russi è stimato attorno ai 170 milioni di dollari – ma importante per Mosca, la cui presenza in Libia sarà condizionata dal mancato appoggio al nuovo governo durante il conflitto.

Un secondo accordo riguarda invece la presenza di Eni in Russia come produttore a tutti gli effetti: Gazprom si è infatti impegnata ad acquistare il gas prodotto da Severenerghija, un gruppo di giacimenti nell’Artico che Eni sviluppa insieme a Enel, alla russa Novatek e alla stessa Gazpromneft.

South Stream è un progetto interessante, ma come tutti i progetti energetici di grande scala sconta la variabile “geo-politica”. Le lotte di potere per il controllo delle rotte energetiche impediscono qualsiasi considerazione di natura squisitamente tecnica. Solo il tempo potrà dirci se l’Italia ha fatto un affare a sostenere il South Stream o se sarebbe stato meglio appoggiare il progetto Nabucco.

Informazioni su Marco Blaset 96 Articoli
Giornalista economico della Federazione Svizzera e Direttore di Outsider News.

1 Commento

  1. Mi risulta che la Gazrom russa, aveva, come obiettivo da raggiungere, la costruzione di nuove condutture e gasdotti in nuovi giacimenti scoperti in Antartico. Però, il governo russo con Putin a capo, ha preferito fare marcia indietro, per poter rinforzare le difese e gli armamenti del settore militare russo. A questo punto, sono gli USA a farsi avanti per l’acquisizione e la conquista dei giacimenti con relativa realizzazione dei gasdotti e accrescimento dell’autonomia energetica propria, determinando così una minor dipendenza dai padroni dei giacimenti petroliferi. ora, la nostra partecipazione alla realizzazione dello stream south, non ci rende più autonomi nel settore energetico, in quanto la Russia ne detiene il controllo maggioritario. Però, riuscire ad essere produttori nel paese di produzione, dovrebbe rendere lo scambio delle parti, eque.

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