Quei 600.000 italiani in pensione da una vita che fanno traballare i conti pubblici

Fa impressione il fatto che in Italia ci siano quasi 600 mila persone in pensione da 36 anni. Si tratta di 600 mila persone che sono in pensione da metà della loro vita. Un pò hanno lavorato, poi hanno cominciato a vivere di pensione e non hanno più prodotto niente. E’ probabile che siano pensioni basse, ma non importa: quello che fa scandalo è che tutta questa folla di persone abbia lavorato così poco.

pensionati

Come siano riusciti nell’intento dipende da vari fattori: pre-pensionamenti per crisi aziendali, baby-pensioni (fin che sono esistite), raccomandazioni.

E’ il caso di segnalare che nessun sistema pensionistico può stare in piedi con gente che incassa emolumenti per 36 anni di fila: di sicuro non può aver versato le quote corrispondenti di contributi sociali. Di fatto, si tratta di pensioni regalate, in un modo o nell’altro.

Questa scoperta consente anche di rispondere a un’altra domanda che spesso si affaccia nel dibattito pubblico e che ancora è tornata nella disputa televisiva fra Renzi e De Mita. E cioè: chi ha fatto i debiti in Italia e dove sono finiti i soldi?

Alla seconda domanda è già stata data anni fa una risposta da uno dei più bravi sindacalisti italiani, Bruno Trentin, quando parlò di “politica delle mance”. I politici italiani, incapaci di governare il conflitto sociale, infilarono una strada molto più semplice: cominciarono a regalare pensioni, istruzione, sanità a piene mani, senza preoccuparsi delle conseguenze sul bilancio pubblico. Le quasi 600 mila pensioni in essere da 36 anni appartengono a questo stock.

Ma chi è stato a fare tutti questi debiti. De Mita, a nome dei democristiani, ha vigorosamente respinto ogni responsabilità. I socialisti non sono da meno.

I numeri, però, danno torto a tutti e due. Al di là dei dibattiti televisivi rimane il fatto che l’Italia è entrata negli anni ’80 con un debito pubblico che era il 56,86 per cento del Pil. Ne è uscita, inizio anni ’90, con un debito che ormai sfiorava il 100 per cento del Pil. Lo hanno cioè raddoppiato in appena dieci anni. E in quegli anni a condurre il gioco erano democristiani e socialisti, con comunisti e sindacati abbastanza conniventi. Tutti hanno sbagliato.

Su un punto comunque gli accusati degli anni Ottanta hanno ragione: dopo, le cose non sono migliorate.

Se all’inizio degli anni Novanta il debito pubblico era già pari al 100 per cento del Pil, nei 25 anni successivi è cresciuto di un altro terzo: oggi siamo al 132 per cento. Questa spirale infernale non può essere fermata?

In futuro, almeno per quanto riguarda le pensioni, le cose dovrebbero andare un po’ meglio. La riforma Fornero, tanto ingiustamente contestata, ha stabilito un principio sacrosanto: la pensione sarà rapportata ai contributi versati. In pratica il sistema pensionistico diventa una specie di fondo di investimento dove il lavoratore versa contributi durante tutta la vita e incassa poi, quando va in pensione, gli interessi relativi. Prima, invece, le pensioni erano rapportate alla media degli ultimi stipendi percepiti, indipendentemente da quanto versato. E questo spiega perché ci sono pensioni molto elevate, spesso.

E infatti l’attuale presidente dell’Inps, Tito Boeri, da tempo sostiene che per stare sicuri bisognerebbe ricalcolare tutte le pensioni in essere secondo la legge Fornero, cioè secondo i contributi versati. Non si farà mai. Significherebbe infatti provocare artificialmente un terremoto sociale. Chi oggi ha due mila euro di pensione potrebbe ritrovarsi con appena 600 euro, e i suoi piani di vita ne sarebbero sconvolti: dalla relativa agiatezza alla mensa dei frati.

In realtà, si può solo aspettare che i pensionati attuali se ne vadano e con essi le pensioni “indebitamente” percepite (nel senso che a fronte non hanno adeguati contributi versati). Il buon senso suggerisce questo: in passato è stata fatta una scemenza, ma non possiamo sconvolgere la vita di milioni di nostri anziani concittadini.

L’altra proposta che gira è quella avanzata dal movimento 5 stelle che in più occasioni ha suggerito un modo molto semplice di sistemare la questione: si stabilisca che nessuno può prendere più di due mila (o tre mila) euro di pensione. Si tratta di una soluzione che forse nemmeno nell’Urss degli anni duri era in vigore. Di fatto si negano professionalità, lavoro, talento.

Chi oggi lavora avrà una pensione “giusta”, calcolala sulla base di quanto da lui versato, senza bisogno delle idee bulgare di un comico genovese.

Per le pensioni già in atto, e “ingiuste”, c’è un solo rimedio sicuro e definitivo: la scomparsa dei pensionati che le stanno incassando. E accadrà, giorno dopo giorno.

Giuseppe Turani
Informazioni su Giuseppe Turani 13 Articoli
Giornalista economico e Direttore di "Uomini & Business". E' stato vice direttore de L'Espresso e di Affari e Finanza, supplemento economico de La Repubblica. Dal 1990 al 1992 è editorialista del Corriere della Sera, del mensile Capital e dei settimanali L'Europeo e Il Mondo. Ha scritto 32 libri.

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