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Petrolio: più unità per favorire la cooperazione tra i produttori

sceicco  petrolio“Solo Allah può determinare il destino dei prezzi del petrolio”. Questa, la ”sentenza’ del ministro del Petrolio saudita Ali al-Naimi, a dimostrazione che lo stato di salute dell’OPEC – misurabile in base alla capacità del cartello di condizionare il prezzo internazionale del greggio – non è ancora dei migliori. Le difficoltà interne all’alleanza dei Paesi esportatori – divisi da crescente diffidenza politica e da divergenze di natura strategica – alimentano forti speculazioni sulla reale rilevanza, attuale e soprattutto futura, dell’OPEC. Se non affrontata con pragmatismo da tutti gli attori in gioco, questa situazione rischia di determinare un periodo di elevata volatilità dei prezzi del petrolio, con possibili ripercussioni sugli scenari di sicurezza, in particolare nella regione mediorientale.

La capacità di abbattere i costi di produzione

La scelta saudita di abdicare al suo tradizionale ruolo di swing producer – nel tentativo di far crollare deliberatamente il prezzo del petrolio, difendere la propria quota di mercato e spiazzare buona parte della produzione non-convenzionale statunitense – sembra infatti non dare i frutti desiderati. Dopo il crollo iniziato nel giugno dello scorso anno, che ha portato il petrolio sotto i 40 dollari al barile a marzo, il rimbalzo dei prezzi è stato finora soltanto parziale. A far tremare i membri del cartello è soprattutto la straordinaria capacità dei produttori non-convenzionali americani di abbattere i costi di produzione e migliorare la loro competitività. A dimostrazione di ciò, sebbene con il crollo dei prezzi si sia effettivamente registrata una significativa riduzione degli impianti di trivellazione attivi sul territorio statunitense, la produzione shale non ha praticamente risentito di questo rallentamento. E con i prezzi attestatisi attorno ai 60 dollari al barile, i frackers americani sembrano già intenzionati a riprendere nuove trivellazioni ed espandere l’offerta globale con l’obiettivo di sottrarre ulteriori quote di mercato ai produttori tradizionali.
La dinamicità degli operatori americani e la loro capacità di intensificare o rallentare la produzione in base al livello dei prezzi e ai segnali provenienti dalla domanda, non soltanto li rende più flessibili ed efficienti delle grandi compagnie energetiche nazionali dei Paesi OPEC, ma potrebbe contribuire a trasformare gli Stati Uniti nel nuovo perno del sistema petrolifero globale.

La minaccia del ribasso dei prezzi

La combinazione tra prezzi relativamente bassi e guida americana del mercato petrolifero potrebbe trasformarsi in un incubo per buona parte dei membri dell’OPEC. Per capirlo, basta dare una rapida occhiata ai prezzi necessari per mantenere in pareggio i budget dei principali esportatori di petrolio, quasi tutti ben oltre la soglia di profitto dei produttori non-convenzionali americani. Questa situazione rischia di mettere a dura prova le casse dei petro-stati, forzandoli a una drastica revisione delle generose politiche di welfare, ponendoli di fronte a concrete minacce alla loro stabilità interna e agli equilibri geopolitici in aree critiche come quella mediorientale. In passato, infatti, al crollo dei prezzi del petrolio sono seguiti processi di destabilizzazione all’interno dei Paesi dell’OPEC. Ne è un esempio l’Algeria, che in seguito al contro-shock del 1986 è sprofondata in una drammatica crisi politica che ha portato – nell’ordine – alla vittoria elettorale dei partiti islamisti, al colpo di stato militare e a quasi un decennio di guerra civile. Anche l’invasione del Kuwait, da parte dell’Iraq, può essere letta come il risultato dell’instabilità interna, creata da un periodo protratto di prezzi bassi (e dagli strascichi della guerra con l’Iran), che hanno contribuito a spingere Saddam Hussain verso una politica aggressiva nei confronti del piccolo emirato per far fronte alle forti difficoltà finanziarie interne. Oggi la regione è già potenzialmente esplosiva, alla luce della crescente rivalità tra sunniti e sciiti, che si ripercuote nelle tensioni tra Arabia Saudita e Iran (acuite dalla possibilità che Teheran raggiunga un accordo con la comunità internazionale sul suo programma nucleare), ma anche nei conflitti in Siria, Libia e Yemen, e nella più generale avanzata dello Stato Islamico nel quadrante mediorientale.

La necessità di rispondere alle sfide

Tuttavia, proprio la necessità di affrontare tali minacce potrebbe innescare una spinta unitaria all’interno dell’OPEC, e più in generale tra i tradizionali esportatori di petrolio. Il futuro dell’Iran, in questo contesto, avrà un ruolo fondamentale nel ribilanciare gli attuali (dis)equilibri. In caso di accordo internazionale sul nucleare e di progressiva riduzione delle sanzioni sul settore petrolifero nazionale, infatti, il greggio iraniano potrà trovare la via dei mercati internazionali, contribuendo a ingrossare ulteriormente l’offerta globale e (potenzialmente) a far cadere il prezzo del petrolio al di sotto della soglia attuale. Per far fronte alle ripercussioni catastrofiche di un simile sviluppo, Riyadh e Teheran, con il resto dei membri OPEC al seguito, dovranno cercare un accordo interno al cartello, nonché stabilire un più ampio framework di cooperazione politica nella regione per circoscrivere le cause di attrito e gestire in modo comune una serie di dossier geopolitici sui quali i due Paesi si sono affrontati direttamente e indirettamente negli ultimi mesi. La necessità di rispondere, in modo coerente, a tali sfide rappresenta un’opportunità per istituzionalizzare meccanismi di cooperazione tra l’OPEC e i paesi esportatori non appartenenti al cartello, prima fra tutti una Russia uscita malconcia dalla combinazione tra sanzioni economiche, crollo dei prezzi del greggio e svalutazione del rublo. Mosca, infatti, non soltanto ha tutto l’interesse nel veder risalire significativamente il valore del greggio, ma gioca anche un ruolo chiave per gli equilibri dello scacchiere geopolitico regionale, grazie – ad esempio – ai legami con il regime di Bashar al-Assad in Siria, sul cui destino il Cremlino è interessato a poter dire l’ultima parola (fonte: ABO)

About Nicolo Sartori (20 Articles)
Nicolò Sartori è ricercatore presso l’Area Sicurezza e Difesa dell’Istituto Affari Internazionali di Roma. La sua attività si concentra in particolare sull’evoluzione delle tecnologie nel settore energetico. Attualmente, è candidato al Dottorato presso il Dipartimento di politica e relazioni internazionali dell’Università del Kent, Regno Unito. Ha lavorato inoltre come Consulente di Facoltà al NATO Defense College di Roma, dove ha svolto ricerche sul ruolo dell’Alleanza Atlantica nelle questioni di sicurezza energetica.

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