Olivetti, Montedison, Telecom, SME, Alitalia. Le occasioni perse di un capitalismo senza capitali

Il capitalismo italiano è fatto di grandi individualità e grandi disastri, idee geniali e poca capacità di fare sistema per trasformare quelle idee in leadership di mercato. La storia dell’imprenditoria italiana è funestata da occasioni mancate: dall’Informatica dell’Olivetti alla Chimica della Montedison, passando per le telecomunicazioni di Telecom, l’agro-alimentare della SME e i trasporti aerei dell’Alitalia. Aziende che avrebbero potuto diventare dei player globali e che invece sono sparite o ridotte al ruolo di comprimari.

lettera 22 Olivetti

Ma procediamo con ordine perchè l’elenco delle occasioni perse è lungosorprendente.

Il caso D’Ascanio-elicottero (1925-1930)
D’Ascanio progetta l’elicottero, ne deposita il brevetto e lo realizza.
Il terzo prototipo D’AT3, commissionato dal Ministero dell’Aeronautica, conquista nell’ottobre del 1930, i tre primati [di altezza (18m), distanza (1.079m in linea retta) e durata in volo (8’45”)] che rimarranno imbattuti per alcuni anni: non scaturisce però un contratto con lo Stato per la produzione in serie del mezzo, forse a causa della rivalità fra la Marina e l’Aeronautica.
Il DAT 3 rimane solo un prototipo perché da un lato il governo italiano si dimostrò ottusamente poco interessato agli sviluppi dell’elicottero e dall’altro Trojani (finanziatore di D’Ascanio e azionista di maggioranza della DAT) rifiutò offerte d’acquisto venutegli da privati italiani (tra i quali il Senatore G. Agnelli); le offerte straniere non potevano essere prese in considerazione perché le autorità italiane avevano vietato la vendita di brevetti a compratori esteri.

Il caso Olivetti (1955-1964)
L’Olivetti, leader mondiale nel settore macchine per ufficio (50’000 dipendenti: 50% in Italia, 50% in 170 paesi), decide nel 1955 di produrre e commercializzare calcolatori elettronici ed apre un proprio laboratorio di ricerche.
Nel 1959 Olivetti lancia sul mercato Elea 9003, primo calcolatore elettronico interamente sviluppato in Italia: si tratta di una macchina completamente transistorizzata che sul piano tecnologico pone l’azienda all’avanguardia rispetto agli altri produttori mondiali di computer.
Nel 1961 viene lanciato il 6001, più economico concepito per le PMI.
Le aziende italiane (Marzotto, MPS, FIAT, Cogne, ecc.) incominciarono ad informatizzarsi anche grazie all’Olivetti.
Il successo del 9003 e del 6001, conseguito in meno di un lustro, non era ancora sufficiente per portare al pareggio il bilancio di pertinenza della Div. Elettronica (3’000 dipendenti). Però sarebbe stata una base tecnologica e industriale più che adeguata per competere a livello internazionale nel piccolo gruppo dei produttori di mainframes, con promettenti possibilità di occupare una discreta quota di mercato.
Negli anni successivi alla morte di Adriano Olivetti (1960), imprenditore lungimirante che aveva voluto l’ingresso nell’elettronica, l’azienda incontra difficoltà finanziarie che la famiglia non è in grado di risolvere e il controllo viene assunto da un gruppo di imprese (FIAT, Pirelli, Mediobanca, IMI, Centrale).
Purtroppo questo nuovo gruppo di controllo non fu lungimirante circa le prospettive della div. Elettronica, emblematica la dichiarazione (1964) del Prof. Valletta (Presidente FIAT): “la società di Ivrea è strutturalmente solida e potrà superare senza grosse difficoltà il momento critico. Sul suo futuro pende però una minaccia, un neo da estirpare: l’essersi inserita nel settore elettronico, per il quale occorrono investimenti che nessuna azienda italiana può affrontare”. Alle parole seguirono i fatti e la div. Elettronica fu ceduta alla General Electric.
Luciano Gallino (professore emerito dell’Università di Torino) afferma nel suo libro che le difficoltà finanziarie furono esagerate dagli stessi attori che dovevano farvi fronte e sottolinea che gli investimenti necessari per la div. Elettronica erano modesti in confronto alle somme che saranno dissipate nei disastri della chimica e dell’elettronica di consumo.
In pratica, l’uscita dell’Italia dal mondo dei grandi Vendor ICT fu dovuta a mancanza di visione strategica e di coraggio imprenditoriale. Anche la classe politica ebbe le sue colpe: 1) carenza di commesse da parte della Pubblica Amministrazione 2) Partecipazioni Statali non indirizzate verso questo settore strategico. Mentre in Italia la classe politica e finanziaria è latitante, negli stessi anni l’IBM poteva svilupparsi e diventare grande anche grazie alle cospicue e mirate commesse dell’amministrazione USA.

L’industria elettrica (1962-1964)
La nazionalizzazione di questo settore fu considerata indispensabile per la lotta ai grandi monopoli. In realtà, il modo in cui fu condotta non ridimensionò affatto i grandi gruppi di controllo che vivevano sulla rendita elettrica e trascurò i piccoli azionisti. Infatti, si decise di nazionalizzare solo gli impianti e di indennizzare (1’650 miliardi di lire dell’epoca, pari a circa 0.5% del PIL) le ex società elettriche che diventarono delle finanziarie con notevoli capitali a disposizioni.
A nessuno (Banca d’Italia, Mediobanca, Soc. ex-elettriche, ecc.) venne in mente di investire questi indennizzi nella div. Elettronica dell’Olivetti. In pratica, gli investimenti furono in settori maturi (siderurgia), che entreranno in crisi, o in settori interessanti (elettrodomestici, alimentari, distribuzione) ma acquisendo prevalentemente aziende decotte.

Il caso SME-Agroalimentare (1962-1990)
La SME, ex elettrica, acquista nel 1966 le attività alimentari Alimont (Montedison) e diventa un grande gruppo alimentare con marchi noti (Motta, Alemagna, Cirio, Star, Mellin, ecc.). Avrebbe potuto svolgere un ruolo positivo per lo sviluppo moderno del settore agro-alimentare. Purtroppo non ha mai avuto strategie chiare e manager idonei a promuovere i prodotti tipici italiani all’estero.
Negli anni ’90, in occasione del processo di privatizzazione, verrà smembrata e le singole attività vendute separatamente a diversi imprenditori sia italiani sia esteri.

Il caso Elettronica di Consumo – Cellulari e TV (1895-2000)
L’Italia è tra i primi sette mercati al mondo come acquisto di apparecchi (radio, DVD, TV, autoradio, cellulari, ecc.). Purtroppo, a differenza degli altri mercati di pari o maggiori dimensioni, quasi nessuno dei prodotti disponibili deriva da un progetto originale di imprese italiane e solo una quota modesta è prodotta in Italia.
Questa è un’altra delle occasioni mancate del Sistema Italia: vediamo perchè, incominciando dall’inizio (telegrafo senza fili) fino ad arrivare alla Tv a colori.
L’invenzione determinante per la “telegrafia senza fili” (cioè trasmissioni radio) fu realizzata nel 1895 da un italiano, Guglielmo Marconi. Purtroppo, in Italia nessuno comprese l’utilità di questa innovazione, tantomeno il Ministero delle Poste (“a che mai poteva servire la trasmissione a qualche Km di distanza di strani rumori crepitanti ?”) e Marconi fu costretto ad emigrare in Inghilterra dove brevetò il suo sistema e fondò una società per il suo sviluppo industriale.
Dopo questa grande occasione, persa alla fine dell’ottocento, nella seconda metà del novecento l’Italia non ha saputo cogliere altre occasioni sul lato industriale.
– Dopo il 1945 la domanda di apparecchi radio aumentò per anni ad un tasso geometrico. Purtroppo, l’industria italiana era troppo frammentata per poter competere ad armi pari con le imprese europee ed americane. Avrebbe dovuto formare un consorzio per razionalizzare almeno gli investimenti in R&S e l’espansione sui mercati internazionali, se non creare un gruppo consistente mediante fusioni e/o acquisizioni. Tutto ciò non avvenne e in seguito all’arrivo sul mercato italiano delle grandi imprese straniere, l’industria nazionale sparì quasi del tutto in pochi anni.
– Nel caso della TV, un veto governativo all’inizio delle trasmissioni a colore in Italia finì per distruggere l’industria italiana. Mentre in USA i primi programmi a colore iniziarono nel 1953 e in Europa nel 1967, in Italia la RAI ebbe l’autorizzazione governativa solo nel 1977. La conseguenza fu che l’industria italiana arrivò impreparata all’inizio delle trasmissioni a colori e fu sopraffatta in pochi anni dalle marche straniere che avevano avuto almeno dieci anni di vantaggio per sviluppare la nuova tecnologia.
– Nel caso dei cellulari, il mercato è dominato da marchi stranieri. Quattro di questi (Nokia, Ericsson, Motorola, Panasonic) detengono l’80% del mercato (2003). E’ solo una parziale consolazione il fatto che una quota consistente dei microprocessori utilizzati da alcuni marchi sono prodotti a Catania. In conclusione l’Italia non svolge alcun ruolo principale nella telefonia cellulare ed anche i carrier più importanti a livello mondiale non sono italiani.

Il caso Alitalia
Negli anni ’80 l’Alitalia era uno dei primi vettori aerei del mondo. Gestione clientelare e strategie di sviluppo poco chiare l’hanno ridotta in un carrozzone che ha continuamente bisogno di iniezioni di liquidità. Oggi controllata da Ethiad, non ha ancora trovato un suo posizionamento di mercato.

Il caso Montedison
Negli anni Trenta la Montecatini e la Snia Viscosa dominano la ricerca ed il mercato della chimica: la prima per le piriti, gli anticrittogamici, l’acido solforico e cloridrico, ecc., la seconda per la cellulosa da piante nazionali, la gomma sintetica e le fibre artificiali e per quelle derivate da prodotti naturali, come il lanital, ricavato dalla caseina ad opera del tecnico bresciano Antonio Ferretti.
La vittoria degli Alleati e il passaggio dalla chimica del carbone a quella del petrolio segnano un punto cruciale nella storia della chimica italiana.Nel 1966 Mediobanca favorisce la fusione tra Montecatini ed Edison: nasce così il gruppo privato Montedison. Nel 1968 Eugenio Cefis decide di scalare la Montedison per conto dell’Eni di cui è presidente. Con l’aiuto dell’IRI Eni acquista il 15% delle azioni della Montedison Spa.
Tra il 1986 e il 1987 il gruppo agroalimentare Ferruzzi acquista il 40% delle azioni Montedison. Già l’anno successivo l’operazione si rileva però troppo dispendiosa per le finanze del gruppo Ferruzzi. Si progetta di effettuare perciò una fusione al 50% con la Eni creando nel 1989 la Enimont, società che avrebbe dovuto unire le attività chimiche dei due gruppi. Anche questa unione non ha esito positivo e nel 1990 Eni decide di acquistare tutte le azioni di Montedison in Enimont: l’anno successivo nasce Enichem.
Con l’inizio degli anni Novanta si registra un ridimensionamento del gruppo Ferruzzi Montedison, che nel 1993 rischia il fallimento. Tangentopoli e il suicidio di Raul Gardini danno il colpo finale alla società.

Il caso Telecom Italia
Il caso Telecom Italia è cronaca di questi mesi. La scalata senza capitali dei capitani coraggiosi, guidati da Roberto Colannino, ne hanno minato la redditività in modo devastante proprio negli anni in cui l’ex incubator avrebbe potuto/dovuto proiettarsi sulle nuove tecnologie e sui mercati internazionali. Il passaggio nelle mani di Tronchetti Provera è stato transitorio e non ha dato quello slancio necessario al rilancio. Oggi Telecom ha un’azionista forte, la francese Vivendi guidata da Vincent Bollorè che vorrebbe fonderla con Mediaset e integrarla nel gruppo transalpino per creare l’alternativa europea a Netflix (rete e contenuti).

Questi sono solo alcuni dei casi in cui il capitalismo italiano ha mostrato tutti i suoi limiti: pochi capitali, nessuna voglia di rischiare in proprio e “funesta vicinanza” con la politica. C’è solo da augurarsi che una nuova generazione di imprenditori sappia fare tesoro degli errori del passato e si renda conto che in un mondo globale bisogna creare delle leadership di mercato con prospettive di lungo termine.

Informazioni su Marco Blaset 81 Articoli
Giornalista economico della Federazione Svizzera e Direttore di Outsider News.

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