Le Fake News faranno cadere i governi o salveranno il giornalismo di qualità?

Una tesi, tutt’altro che minoritaria, sostiene che le Fake News possano rappresentare la salvezza del giornalismo di qualità. Le bufale on line finite al centro del dibattito dopo l’elezione di Donald Trump alla Casa Bianca, non rappresentano, quindi, solo una minaccia per il mestiere di raccontare.

Ad essere convinti che le bufale non siano solamente un pericolo sono proprio i membri di quella categoria più minacciata dalle notizie false, ovvero i giornalisti. Convinti che le fake news possano diventare un’occasione di riscatto per chi lavora in redazione. A patto, però, che si punti sul giornalismo di qualità. A dirlo è l’edizione 2017 del rapporto “Journalism, media and technologies trends and prediction”, realizzato da Nic Newman per conto del Reuters institute for the study of journalism.

Si tratta delle risposte ad un questionario sottoposto nello scorso mese di dicembre a 143 tra direttori, amministratori delegati e responsabili delle edizioni digitali originari di 24 Paesi. La metà dei partecipanti ha iniziato la propria carriera sulla carta stampata, un terzo opera nel servizio pubblico, mentre uno su dieci lavora per testate nate con il digitale. Il 90% svolge la propria attività in Europa, nello specifico nel Regno Unito, in Francia, Germania, Austria, Italia, Finlandia e Spagna. Mentre il restante 10% è attivo negli Stati Uniti, in Australia, Nuova Zelanda, Corea del Sud e Giappone.

Richiesti di valutare l’impatto della diffusione delle fake news sulle proprie testate, più di due su tre si sono detti ottimisti. Il 70% degli intervistati ha infatti affermato che le bufale finiranno con il rafforzare i media, offrendo un’occasione al giornalismo di qualità di emergere. L’idea di fondo è che il modo di contrastare le fake news sia quello di migliorare la qualità del modo in cui si fa giornalismo e del prodotto che si offre ai lettori.

Il giornalismo di qualità ha però bisogno di fondi per essere finanziato. E per il 2017 si ripropone il problema di come generare introiti per i media on line. L’elemento sul quale ci si concentrerà maggiormente in questo 2017, almeno così ha risposto il 47% degli intervistati, è rappresentato dai contenuti a pagamento. Ovvero i paywall, formula introdotta in Italia ad esempio dal Corriere della Sera. Una modalità che divide il mondo dell’editoria, visto che il 53% ha risposto di non essere interessato a svilupparlo nei prossimi 12 mesi, ma che rimane quella capace di attirare maggiormente il consenso di editori e direttori intervistati dal Reuters institute.

Oltre alla pubblicità tradizionale, altre fonti di finanziamento che catalizzeranno l’attenzione dei media nei prossimi mesi sono i video e i contenuti sponsorizzati. Mentre solo un intervistato su cinque ha detto di essere interessato all’organizzazione di eventi per finanziare la testata. E solo uno su otto vede nell’ecommerce una fonte di risorse per i media. Un’esperienza provata in Italia dal Fatto Quotidiano.

Infine i social network, ormai diventati parte integrante della vita all’interno delle redazioni. Richiesti di indicare quale sia la piattaforma sulla quale sarà più importante investire nel corso del 2017, il 78% degli intervistati ha indicato Facebook. Quota a cui si aggiunge un 16% che ha citato Facebook messenger, l’app di messaggistica di Palo Alto, e un 13% che ha menzionato Whatsapp, altra piattaforma di messaggistica acquistata da Zuckerberg per 19 miliardi di dollari, Dopo i contrasti relativi agli introiti pubblicitari degli anni passati, Facebook sembra insomma essere diventato il principale alleato delle testate giornalistiche.

In un questionario a risposta multipla, Google conquista la seconda piazza con YouTube, che vedrà impegnata una testata su quattro. Quindi c’è Apple News, l’applicazione della Mela per la selezione e l’aggregazione delle notizie. Oltre che in Borsa, Twitter arranca anche nella considerazione dei media, visto che solo una testata su otto afferma che sia importante investire per cinguettare. La stessa percentuale di coloro che invece hanno detto di voler puntare su Snapchat, una delle piattaforme social più utilizzate dai millennials. Ovvero i lettori di domani. Che però le testate hanno bisogno di cominciare ad attirare già da oggi.

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