La svolta green delle compagnie petrolifere

Negli ultimi mesi le principali compagnie petrolifere internazionali hanno lanciato ambiziosi piani industriali e promosso diverse iniziative a favore delle energie sostenibili, che andranno a diversificare e completare il loro portfolio aziendale, tradizionalmente concentrato sulla produzione di idrocarburi.

Green Oil

Un trend globale rafforzatosi soprattutto in preparazione della Cop 21 dello scorso dicembre, e confermato dal riconoscimento dell’inevitabilità del processo di decarbonizzazione sancito dall’Accordo di Parigi. E che ha spinto un nutrito gruppo di compagnie energetiche ad abbracciare una nuova strategia industriale basata sull’integrazione di gas naturale e tecnologie low-carbon.

A tutto gas!

Il dibattito a monte dell’incontro della Cop 21 ha visto i grandi player energetici internazionali particolarmente attivi e attenti al tema della sostenibilità energetica e della tutela degli equilibri climatici globali. Particolarmente significativa l’iniziativa dei membri dell’Oil and Gas Climate initiative (Ogci), che attraverso una lettera congiunta ai governi in procinto di riunirsi a Parigi, hanno incoraggiato un forte accordo globale in grado di facilitare la transizione a un sistema energetico a basso livello di emissioni di CO2. Seppur lodevole, l’enfasi ambientalista della proposta formulata dall’Ogci è stata determinata anche da fattori ben più pragmatici. Primo fra tutti, l’interesse del gruppo nel promuovere il ruolo del gas naturale – a discapito del più inquinante carbone – quale transition fuel da affiancare alle fonti di energia rinnovabile, la cui crescita inarrestabile è ormai considerata un dato acquisito. Una spinta mediatica (e politica) a favore del gas naturale, che sebbene pienamente giustificata dal suo minore impatto inquinante, non ha fatto del tutto i conti con la congiuntura negativa sul mercato del gas, afflitto da una rischiosa situazione di oversupply e da prezzi ai minimi storici.

L’eredità di Parigi

Ed è in questa situazione di incertezza sul mercato del gas che si innesta l’accelerazione di alcune grandi compagnie petrolifere internazionali nei confronti delle energie rinnovabili e delle tecnologie low-carbon. Oltre ad Eni, attori di primissimo livello quali Total – probabilmente la più progressista delle compagnie petrolifere in materia di rinnovabili – Statoil, Engie, Shell e anche la stessa Exxon hanno annunciato e avviato investimenti nel settore delle nuove energie. E se l’attenzione ai biocarburanti e alla conversione green delle raffinerie rappresenta uno dei primi passi nel segmento delle nuove energie, il rapidissimo processo di elettrificazione in atto a livello globale ha stimolato l’ingresso dei giganti energetici nei settori della generazione da rinnovabili e dell’accumulo elettrico. La strategia annunciata da Total, ad esempio, prevede investimenti annui di circa 500 milioni in energia sostenibile, ai quali si aggiungono acquisizioni mirate come nel recente caso del gruppo francese Saft, specializzato nella produzione di batterie al nickel e agli ioni di litio per molteplici applicazioni in ambito industriale e dei trasporti, per una somma di 950 milioni di euro. Il controllo su Saft va a consolidare il posizionamento di Total sulla filiera elettrica, dove la compagnia opera grazie a SunPower, società californiana acquisita per 1.3 miliardi di dollari nel 2011, durante la prima tornata di investimenti dei player petroliferi nel settore delle rinnovabili. Approccio simile quello di Engie, entrata nel solare nel 2015 grazie all’acquisizione di Solairedirect, seguita nel 2016 dall’investimento per il controllo dell’80% di Green Charge Networks, attiva nel settore dello stoccaggio elettrico. All’attivismo francese fa da contraltare la prudenza dei colossi anglosassoni. Se BP e Chevron sono ancora in parte scottate dai ritorni non soddisfacenti degli investimenti effettuati negli anni passati, Exxon e Shell si muovono tuttora con cautela. Dopo i primi passi nei biocarburanti, la major americana ha rafforzato la collaborazione con la compagna FuelCell Energy nel settore della carbon capture and storage (Ccs), mentre il gruppo anglo-olandese ha di fatto creato una divisione dedicata allo sviluppo di nuove energie, con una spesa per capitale annua prevista attorno ai 200 milioni di dollari.

Pragmatismo e cautela

È evidente che si tratta ancora di cifre risibili, se paragonate al giro di affari (e di investimenti) di queste compagnie nel loro core business, la produzione di idrocarburi. Un settore attualmente sofferente a causa dei prezzi bassi di gas e petrolio, che se da un lato dovrebbero incoraggiare le compagnie a diversificare il loro portfolio per intercettare le nuove fette di un mercato in rapida espansione, dall’altro ne limitano drammaticamente la capacità di azione a livello finanziario. Una situazione che impone un processo di profonda riflessione, all’interno di ciascuna compagnia, nonché per il comparto nel suo intero. I fallimenti del primo ciclo di investimenti nel settore delle rinnovabili e delle tecnologie low-carbon ha, infatti, lasciato un chiaro segno su alcuni degli attori coinvolti, ovviamente riluttanti a stravolgere la loro natura e struttura industriale. Ciò è emerso chiaramente durante l’assemblea degli azionisti di Shell, che hanno rigettato a stragrande maggioranze (97%) una mozione mirante a re-investire i profitti del settore petrolifero per rafforzare il lato green della compagnia. Lo stesso Amministratore Delegato Ben van Beurden ha lanciato un forte monito sulle modalità e le tempistiche attraverso le quali il gigante anglo-olandese dovrà procedere ad una ridefinizione del suo perimetro d’azione, sottolineando come mosse avventate e cambiamenti troppo rapidi, potrebbero infatti mettere a rischio l’esistenza stessa della compagnia. Sebbene non ci sia una ricetta infallibile per garantire una progressiva (e sostenibile) transizione da un modello industriale basato esclusivamente sullo sfruttamento degli idrocarburi ad uno in grado di abbracciare sempre più la componente low-carbon, appare evidente che nei prossimi mesi il settore si troverà ad affrontare un numero significativo di sfide ed opportunità. Chi riuscirà a sfruttare le seconde, senza inciampare nelle prime, sarà probabilmente pronto per entrare in una nuova era energetica.

Nicolo Sartori
Informazioni su Nicolo Sartori 28 Articoli
Nicolò Sartori è ricercatore presso l’Area Sicurezza e Difesa dell’Istituto Affari Internazionali di Roma. La sua attività si concentra in particolare sull’evoluzione delle tecnologie nel settore energetico. Attualmente, è candidato al Dottorato presso il Dipartimento di politica e relazioni internazionali dell’Università del Kent, Regno Unito. Ha lavorato inoltre come Consulente di Facoltà al NATO Defense College di Roma, dove ha svolto ricerche sul ruolo dell’Alleanza Atlantica nelle questioni di sicurezza energetica.

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