La Ruota delle Meraviglie: il mondo (tragico) secondo Woody Allen

Un’idea del cinema e del mondo. Uno sguardo senza palliativi sulla natura umana e sulle illusioni perdute. Con “La ruota delle meraviglie – Wonder Wheel”, ennesimo film (in totale sono 48) scritto e diretto da Woody Allen, l’atmosfera sognante delle canzoni d’epoca fa da contraltare a un clima psicologico depresso, nel 1950, a Coney Island, dove l’artificiosità delle costruzioni dedite al divertimento non cela il grigiore delle vite.

Su questa dialettica, costruzione artificiosa/autenticità dei sentimenti e delle emozioni, si dipana l’intero intreccio narrativo, che gioca con amara ironia sui temi del melodramma e del fato.

Tra luna park e spiagge, nell’elaborata scenografia del consueto collaboratore Santo Loquasto, la scelta già vista del personaggio che introduce la storia, nei panni del bagnino con aspirazioni da scrittore Mickey Rubin, impersonato da Justin Timberlake, cede presto il passo (con qualche ritorno momentaneo del narratore coinvolto nella vicenda) a una meditazione sulla vita e la recitazione. Una riflessione sui meccanismi nevrotici e le coazioni a ripetere, sulle radici del disagio (il ragazzino piromane) e gli appuntamenti con il destino che imprigionano i personaggi in una ragnatela artistica che vede il cinema in stretta correlazione con il teatro (la casa di Ginny e Humpty potrebbe essere quasi un palcoscenico) e la letteratura.

Nel segno della sottigliezza interpretativa, “La ruota delle meraviglie”, titolo beffardo che rievoca l’illusione del vivere, vede in Kate Winslet (Ginny, ex attrice e ora cameriera che cerca una via di fuga amorosa) un faro nel cambio di registri, dal drammatico al patetico, e nell’adesione a ogni sfumatura psicologica. Attorno a lei, si muovono con efficacia, in questo girotondo della disperazione sociale ed esistenziale, Jim Belushi (il proletario ex alcolizzato Humpty Rannell), Juno Temple (l’avvenente ex moglie di un gangster e figlia fragile di un Humpty ancora più debole) e Justin Timberlake (un Mickey che solo alla fine perde disincanto e spensieratezza).

Nel film, la regia alterna primi piani ricchi d’intensità e campi lunghi, in immagini dalla valenza pittorica, e impiega piani sequenze e un uso calibrato di stacchi e movimenti della macchina da presa, con il montaggio di Alisa Lepselter (con Allen dal 1999), all’interno dell’abitazione dei coniugi. Una coppia affogata in una realtà che non riesce a governare, con il tragicomico sfondo esterno di una “ruota delle meraviglie” che non incanta nessuno. In più, come sottofondo, i rumori monotoni dei giochi e delle giostre rendono più acuta l’emicrania e l’esasperazione di Ginny.

Qui la funzione del Cinematographer (non ama la definizione di direttore della fotografia) Vittorio Storaro, tre volte premio Oscar e al secondo titolo con Allen, si evidenzia in ogni inquadratura, esaltando la composizione dell’immagine. Di conseguenza, “Wonder Wheel” rappresenta pure uno studio sul ruolo della luce e delle continue variazioni cromatiche nel determinare l’impatto emotivo e psicologico delle storie al centro del racconto per immagini.

In particolare, i dipinti di Norman Rockwell, come si evince dall’intervista per “La Lettura” del “Corriere della Sera” (numero del 31 dicembre 2017), hanno ispirato Storaro nel creare il mondo figurativo, tra pittura e fotografia, che interagisce con il respiro interiore dei personaggi. Ogni mutamento cromatico si accompagna ai turbamenti dei protagonisti, muovendosi in un quadro di artificiosità estetica che rispecchia i contenuti espressivi del film.

In coerenza con il cinema di Woody Allen, prevale una visione tragica, secondo la quale uomini e donne s’illudono, ma solo per un attimo, di sfuggire a miserie e sconfitte, individuali e collettive. Sensualità delle attrici e simbiosi fra cinema e teatro rimandano al modello, inarrivabile, bergmaniano.

Nel complesso, più melodramma e meno ironia rispetto al solito, una Kate Winslet da ricordare, qualche momento di stanchezza narrativa ma l’impianto filmico regge e lascia il segno.

Marco Olivieri
Informazioni su Marco Olivieri 15 Articoli
Giornalista professionista e dottore di ricerca, Marco Olivieri è autore della monografia “La memoria degli altri. Il cinema di Roberto Andò” (Edizioni Kaplan 2013 e 2017), curatore del volume “Le confessioni” (Skira 2016) e, con Anna Paparcone, autore del libro “Marco Tullio Giordana. Una poetica civile in forma di cinema” (Rubbettino 2017). Collabora con «la Repubblica» – edizione di Palermo, è componente del comitato scientifico di “Carteggi letterari le edizioni” e ha scritto saggi per la casa editrice Leo S. Olschki e articoli per «Cinema e Storia» di Rubbettino, «il venerdì di Repubblica», «Ciak» e «Doppiozero». Critico cinematografico e teatrale, si occupa di Uffici Stampa, Cultura, Politica, Società e Terzo Settore.

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