Il secolo cinese: chi è Xi Jinping, l’imperatore del mondo che verrà

Se Machiavelli vivesse oggi, è probabile che vedrebbe nell’attuale presidente cinese una personificazione del governante ideale. In effetti, nel primo discorso che Xi Jinping tenne nel 2012 quando divenne capo supremo della Cina, usò un’espressione che parve addirsi al “principe” di Machiavelli.  Riferendosi alla necessità di estirpare la corruzione, disse che “per forgiare il metallo, occorre un martello duro”.

Tuttavia, non è per la spregiudicatezza di tale affermazione che Xi Jinping piacerebbe a Machiavelli. Diversamente da quanto si tenda a credere, il pensatore fiorentino non postulava semplicemente che un vero leader debba governare con il pugno duro e senza scrupoli. Le sue vedute, naturalmente, riflettevano la realtà dell’Italia dei suoi tempi ma, se adattate ad un contesto moderno, descrivono il governante ideale come una figura, oltreché fermamente risoluta, dotata di grande carisma e intelligenza e votata al progresso e alla prosperità del suo popolo.

Sono queste qualità che hanno consentito a Xi Jinping di diventare uno dei leader di maggior rilievo della storia della Cina. Quando assunse il potere, non tardò a prendere saldamente in mano le redini della nazione e a formulare il suo programma. In quello stesso discorso indicò un nuovo corso della politica di governo diretto al “rinnovamento della Cina [che] è stato il più grande sogno del popolo cinese sin dall’avvento dei tempi moderni”.  Così dicendo, dichiarò la fine della politica circospetta di Deng Xiaoping espressa nel detto “nascondi la tua forza e agisci senza ostentazione“, che fece da sfondo alla svolta storica verso un’economia di mercato.

Durante il primo mandato di Xi, la Cina ha consolidato il suo ruolo di potenza globale in grado di guidare il mondo in campo economico, politico e ambientale. La sua campagna contro le mazzette ha liberato il Paese da migliaia di dipendenti pubblici e politici corrotti, sollevando il sospetto che sia stata usata anche per togliere di mezzo suoi rivali, nonostante non sia mai emersa l’esistenza di antagonisti politici capaci di strappargli il potere.

Sotto Xi Jinping, la Cina ha ampliato la sua sfera di influenza creando a Gibuti la sua prima base militare oltre confine e promuovendo e finanziando in larga misura il grandioso progetto infrastrutturale intercontinentale conosciuto sotto il nome di “One Belt One Road“. Il declino della supremazia americana è venuto come un regalo.

Al Forum Economico di Davos tenutosi agli inizi dell’anno corrente, Xi Jinping ha indossato il manto di paladino della globalizzazione, del libero commercio e della lotta al cambiamento climatico auspicando “l’impegno di tutti per un’economia aperta su scala mondiale e la condivisione di opportunità e benefici economici”. Ian Bremmer, presidente di Eurasia Group – la più grande organizzazione del mondo che offre consulenza in materia di rischi connessi alla politica e sicurezza economica – ha commentato che le reazioni al discorso di Xi da parte dei partecipanti al forum hanno registrato “un successo su tutti i fronti, come mai era accaduto in occasione di discorsi pronunciati nel passato da esponenti governativi cinesi”.

Il giorno seguente Xi ha parlato nella sede delle Nazioni Unite di Ginevra, impegnandosi per un’attiva partecipazione della Cina negli organismi internazionali e multinazionali che operano a livello globale, per contribuire “alla creazione di un sistema che affratelli l’intera umanità”. Ha poi aggiunto che “occorre costruire un mondo che garantisca la sicurezza per tutti attraverso un impegno comune” e “compiere ogni sforzo per assicurare un clima duraturo di pace tramite il dialogo e la consultazione”. Nel recente 19° Congresso del Partito Comunista Cinese (PCC), come atteso, Xi Jinping è stato confermato nei suoi incarichi di segretario del partito e presidente della nazione dopo aver enunciato un programma di governo così grandioso che gli sono occorse tre ore e mezzo per illustrarlo.

La Cina di Xi Jinping sta chiaramente occupando lo spazio lasciato libero dagli Stati Uniti che, con Trump e la sua politica del “Prima l’America”, sembrano non voler più stare al timone del sistema globale da loro creato e dominato dalla fine della seconda guerra mondiale in poi. Figlio di Xi Zhongxun, appartenente alla prima generazione di dirigenti del PCC, Xi Jinping sembrava predestinato a occupare un ruolo prominente nel partito e nel Paese ma la sua ascesa al potere è stata tutt’altro che facile. Quando era poco più che un ragazzo, capitò che suo padre fosse perseguitato per mancata osservanza della dottrina del partito e venisse strappato alla sua famiglia.

Negli anni della Rivoluzione Culturale, Xi Jinping fu mandato in un remoto villaggio rurale dove lavorò per sei anni come bracciante in una comune agricola. In quel periodo stabilì rapporti di profonda amicizia con la popolazione locale che lo avrebbe in seguito appoggiato nella sua scalata al vertice del PCC.

In un libro sulla storia della sua famiglia si narra che, quando finalmente il padre si ricongiunse con i suoi due figli, malridotto com’era a causa delle torture subite, stentò a riconoscerli. Confuso e disorientato dopo anni di isolamento e interrogatori, l’ormai vecchio genitore scoppiò in lacrime e a Xi Jinping, che gli offrì una sigaretta, chiese: “Com’è che anche tu fumi?”. Il figlio rispose: “Sono giù di morale. Anche noi abbiamo passato tempi duri” e il padre, dopo qualche attimo di silenzio, soggiunse: “Ti dò il permesso di fumare”. Un simile episodio spiega perché Xi Jinping non si sia lasciato prendere dall’enorme potere che esercita.

In un’intervista uscita su Chinese Times, molto prima che divenisse capo supremo della Cina, egli definì nei seguenti termini il suo modo di concepire la politica: “Guardo oltre le cose superficiali come il potere, i fiori, la gloria e gli applausi. Io penso ai luoghi di detenzione, all’incostanza delle relazioni umane e scavo dentro la politica”.

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