Il nuovo modello energetico cinese per dominare il mondo: sostenibilità e diplomazia

Nel 2049 ricorrerà il centesimo anniversario della fondazione della Repubblica Popolare Cinese. Ma il 2049 è anche l’anno in cui, secondo il presidente Xi Jinping, la Cina diventerà una “nazione completamente sviluppata”.

Almeno questo è il suo intento. Un obiettivo estremamente ambizioso, con una miriade di implicazioni e, ancor più, di incognite e conseguenze impreviste. Una cosa però è certa: per raggiungere un obiettivo di tale portata la Cina ha bisogno di più energia e di nuovi metodi per procurarsela, distribuirla e utilizzarla. Xi lo sa bene. Effettivamente il presidente ha sottolineato a più riprese l’assoluta necessità della Cina di diventare una nazione più ecologica.

Per farlo, il Paese dovrà trasformare radicalmente le fonti di energia che alimentano il suo sviluppo. Nell’ottobre del 2017 Xi ha tenuto un importante discorso durante il diciannovesimo Congresso Nazionale del Partito Comunista Cinese. In quest’occasione il presidente ha affermato: “Tutto il partito e l’intero Paese sono determinati a conseguire uno sviluppo sostenibile… assumendo un ruolo di primo piano nella cooperazione internazionale in risposta al cambiamento climatico, la Cina partecipa e contribuisce in maniera essenziale, diventando una guida nell’impegno globale per la creazione di una civiltà ecologica“.

Il presidente cinese ha inoltre stabilito una tabella di marcia per raggiungere tale obiettivo. Entro il 2035 si registreranno significativi miglioramenti ambientali e entro la metà del secolo, ha dichiarato Xi, “il progresso ecologico toccherà livelli mai raggiunti”. Il presidente cinese ha promesso inoltre di “intensificare gli sforzi volti a stabilire un quadro giuridico e politico in grado di promuovere produzione e consumi sostenibili, nonché una struttura economica solida che favorisca uno sviluppo ecocompatibile e a basse emissioni di carbonio”. Tuttavia, data l’attuale situazione del settore energetico cinese, non sarà facile mantenere le promesse di Xi in materia di energia e sostenibilità.

Nonostante la Cina stia tentando di migliorare la qualità del proprio mix energetico e di variare i propri modelli di consumo, il percorso verso l’autosufficienza energetica e il rispetto dell’ambiente rimane irto di ostacoli. Sono almeno cinque gli aspetti dell’attuale situazione energetica cinese che influenzeranno in maniera significativa l’esito degli sforzi di Xi in tale ambito.

1 CONDIZIONI INIZIALI AVVERSE
Nonostante la Cina abbia compiuto progressi straordinari verso un modello energetico low-carbon, è ancora responsabile di circa il 29 percento delle emissioni che sono alla base del riscaldamento globale, il doppio degli Stati Uniti (14 percento) e quasi il triplo dell’Unione Europea (10 percento). Le previsioni dell’Agenzia Internazionale per l’Energia (AIE) indicano che al 2035, tappa fondamentale nel programma di Xi, il Paese sarà ancora il principale responsabile delle emissioni di gas serra. Un risultato dunque deludente, nonostante il deciso aumento delle fonti più pulite e rinnovabili, che nel 2035 dovrebbero coprire un quarto del fabbisogno energetico cinese.

2 SPRECHI ENERGETICI
Oltre a utilizzare energia proveniente dalle fonti più inquinanti, la Cina ha un consumo energetico caratterizzato da inefficienze e sprechi. Per ogni punto percentuale di crescita economica, la Cina necessità, infatti, di una quantità di energia quattro volte superiore a quella della media dei Paesi OCSE e tre volte superiore a quella della media dell’America Latina. Le ragioni di questa enorme inefficienza energetica sono varie, complesse e difficili da contrastare. Il fattore principale è probabilmente la presenza di attrezzature e impianti industriali obsoleti altamente inquinanti, e questo vale soprattutto per le centrali elettriche, ma non solo: il consumo energetico delle grandi industrie, chimica, siderurgica, alluminio, cemento e vetro, è estremamente inefficiente. Inoltre, gli edifici cinesi, sia commerciali che residenziali, hanno un fabbisogno energetico per riscaldamento e climatizzazione superiore alla media.

3 DIPENDENZA DAL CARBONE PERDURANTE
Il terzo fattore è legato all’eccessiva dipendenza della Cina dal carbone, il più inquinante dei combustibili fossili. Il Paese è, in effetti, sia il principale consumatore, con quasi la metà del consumo globale, che il principale importatore di questa fonte. I bassi prezzi del carbone ne favoriscono l’uso su vasta scala. Modificare tali dinamiche sarebbe un’operazione politica altamente rischiosa per qualsiasi Paese, e la Cina non fa eccezione. I tentativi del governo di ridurre tale dipendenza, chiudendo alcune miniere di carbone, si sono scontrati con la resistenza dei minatori, scesi in strada per protestare contro il taglio di oltre un milione di posti di lavoro previsto dal governo. Inoltre, alcune politiche contraddicono gli sforzi del governo. L’esempio più evidente è che Pechino, pur volendo chiudere le miniere, ha in programma di costruire circa 700 centrali elettriche alimentate a carbone. L’attuale eccesso di dipendenza dal carbone evidenzia anche un costo elevato in termini di vite umane e di qualità ambientale. Un rapporto dell’Organizzazione Mondiale della Sanità del 2016 rivela come l’inquinamento atmosferico provocherà 1,3 milioni di decessi prematuri in Cina, rispetto alle 655.000 vittime dell’India, al secondo posto. Uno studio realizzato da Teng Fei, professore presso l’università di Tsinghua, mostra che più del 70 percento della popolazione cinese è esposta a livelli di inquinamento dieci volte superiori a quelli ritenuti sicuri. Una situazione così critica dovrebbe spingere la Cina a intensificare gli sforzi per ridurre la propria dipendenza dal carbone ma, nello stesso tempo, pone anche di fronte a decisioni politiche delicate.

4 BOOM DELLE IMPORTAZIONI DI ENERGIA INQUINANTE
Quarto fattore, la crescita delle importazioni energetiche cinesi, principalmente costituite da oli pesanti e carbone che, stando alle previsioni passeranno, dal 16 percento dei consumi totali nel 2015 al 21 percento nel 2020. La Cina importa attualmente circa 7,6 milioni di barili di petrolio al giorno, tra cui oltre un milione di barili al giorno di una miscela pesante di Ural blend dalla Russia e circa 300.000 barili al giorno di olio pesante venezuelano, entrambi altamente inquinanti. Se non verranno sostituite da fonti più pulite, queste importazioni si ripercuoteranno negativamente sugli obiettivi ambientali di Xi per il 2035.

5 NON È UNA QUESTIONE DI SCISTO, MA DI ACQUA
Secondo il World Resources Institute (WRI), la Cina possiede circa 1.200 trilioni di piedi cubi di gas di scisto, le riserve più grandi al mondo. Il problema è che per uno sviluppo su larga scala di queste risorse sono necessari ingenti volumi di acqua che il Paese potrebbe non avere. L’acqua è fondamentale per la fratturazione idraulica, la tecnica utilizzata per l’estrazione di idrocarburi dalle formazioni di scisto. Dal rapporto del WRI emerge che oltre il 60 percento di queste risorse di gas di scisto si trova in regioni aride della Cina, caratterizzate da carenza idrica. L’acqua utilizzata per la fratturazione idraulica viene sottratta all’agricoltura o ad altre attività, un difficile compromesso per qualsiasi Paese. In effetti, in Cina la fratturazione idraulica su larga scala potrebbe essere in conflitto con un altro obiettivo di Xi, ovvero “garantire la sicurezza alimentare della Cina” entro il 2050. Nonostante i dati sulla disponibilità dell’acqua siano ancora incompleti, è evidente che il pieno sfruttamento delle enormi riserve cinesi di petrolio e gas di scisto potrebbe essere limitato dall’insufficienza di risorse idriche. Negli ultimi decenni la Cina ha sorpreso il mondo con una continua crescita economica che si è tradotta in un’impressionante riduzione della povertà. Forse il Paese saprà stupirci anche con una rapida transizione da un modello energetico inefficiente e inquinante a un modello sostenibile e low-carbon. Si tratta di una svolta impegnativa e indispensabile, per la Cina e per l’intero pianeta.

Nicolo Sartori
Informazioni su Nicolo Sartori 35 Articoli
Nicolò Sartori è ricercatore presso l’Area Sicurezza e Difesa dell’Istituto Affari Internazionali di Roma. La sua attività si concentra in particolare sull’evoluzione delle tecnologie nel settore energetico. Attualmente, è candidato al Dottorato presso il Dipartimento di politica e relazioni internazionali dell’Università del Kent, Regno Unito. Ha lavorato inoltre come Consulente di Facoltà al NATO Defense College di Roma, dove ha svolto ricerche sul ruolo dell’Alleanza Atlantica nelle questioni di sicurezza energetica.

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