Il Conte di Montecristo ovvero la sconfitta del perdono

Una cosa è certa: nel “Conte di Montecristo” di Alexandre Dumas, non esistono vincitori ma solo vinti. Anzi no, qualcuno ha trionfato ed è il Demone del male che spinse i nemici di Edmond Dantès al suo funesto destino ed allo stesso tempo, successivamente, s’impossessò del redivivo Dantès in Montecristo.

Il quadro storico in cui si svolge la vicenda è quello che vede il passaggio dal periodo bonapartista a quello del Regno di Luigi Filippo in cui regna il terrore tra il popolo che è costantemente tenuto sotto tiro con il timore di essere definito “traditore” o della Patria o del Regno in base alla situazione politica che si andava definendo.

La storia  infatti comincia il 24 febbraio del 1815 quando la nave “Pharaon “ fa ritorno a Marsiglia  dopo 3 mesi di navigazione ed il trepidante armatore Pierre Morrel attende l’attracco al molo scoprendo la morte del capitano di bordo Leclérc dal fedele marinaio Dantes che nel frattempo ha preso il comando dell’imbarcazione. Morrel gli fa intendere che sarà lui di fatto, a soli 19 anni, il nuovo capitano. Decisione questa che non trova d’accordo l’avido Danglars, scrivano della nave, che spinto dall’odio profondo che prova per il giovane marinaio, stimato da tutto l’equipaggio, rivela a Morrel che la nave ha fatto sosta a l’isola D’Elba dove Dantès è approdato per una commissione.

Il racconto man mano si dipana in un crescendo di emozioni e sensazioni forti, certo, ma che creano un immaginario nell’immaginario e rendono il lettore vicino alle sofferenze del protagonista e lo fanno sperare in un cambiamento di tendenza degli eventi.

Daglars e Mondengo dunque decidono di dare una lezione a Dantès, in quanto il primo si sente offeso nella sua avida ambizione di soldi e potere, il secondo ama la donna che sta per sposarlo e non può fare altro che allontanare il suo nemico in amore piuttosto che affrontarlo perché sa bene che nel confronto perderebbe la battaglia. Ecco allora il racconto prende forma in un ritmo serrato non solo degli eventi ma anche dei sentimenti provati dal protagonista: felice per il matrimonio prima, meravigliato per l’accusa poi, disperato per la reclusione infine.

L’inizio della prigionia, il passaggio nelle segrete buie, la sofferenza, la solitudine e la disperazione di non sapere cosa accade al vecchio padre Louis ed alla sua promessa sposa, la catalana Mercédès fanno del giovane un eroe silente che però non si arrende al suo destino. Ecco poi che arriva una novità, in tanto deserto qualche goccia di speranza: l’abate Faria. L’intellettuale è stato rinchiuso perché ritenuto pazzo a causa delle sue idee.  L’abate rappresenta dunque l’opportunità che talvolta si presenta anche a noi e che talvolta non sappiamo prendere al volo. Se, dunque, Dantès non avesse dimostrato la sincera lealtà che ha offerto all’abate, Faria non avrebbe svelato al giovane il suo remunerativo segreto che lo ha fatto ricco. Ma questa opportunità purtroppo segna anche un inversione di tendenza della storia come un barattolo di grigio che s’impossessa delle emozioni che , nonostante la tristezze e le tenebre che evocava il Castello d’If durante la prigionia, non aveva dominato prima.

Edmond Dantès dunque muore nel Castllo d’If seppure il suo corpo riesce ad evadere nelle fredde acqua che circondano la fortezza. La sua bontà, i suoi ideale periscono assieme all’abate Faria e dalle sue ceneri nascerà il conte di Montecristo un uomo pieno di odio e con un solo obiettivo nella vita: la vendetta. Una vendetta che però prenderà il sopravvento e che sconfiggerà persino lui. Il castigo che il conte decide di infliggere a coloro che, dettati dall’invidia, dalla menzogna e dall’avidità di potere, hanno fatto sì che un innocente pieno di buoni sentimenti fosse imprigionato ed umiliato il giorno del suo matrimonio, non prevede perdono nè tantomeno una battuta d’arresto di fronte ai nuovi scenari che la vita man mano ha dipinto tra i personaggi della storia. E nemmeno il risparmiare la vita del giovane figlio del suo rivale in amore Fernando Mondengo, autore della lettera che lo incrimina di tradimento, può essere visto come un atto di misericordia ma solo di egoismo e di amor proprio in quanto la morte del giovane cagionerebbe il dolore della sua amata Mercedes che ora non ama più ma il giovane Edmondo, per il quale sta portando avanti il regolamento di conti, amava follemente e dunque ucciderlo vorrebbe dire in qualche modo sconfiggere anche sè stesso.

I continui travestimenti che l’uomo fa poi, rappresentano in qualche modo la fuga che l’animo del giovane marinaio fa dalla realtà che c’è intorno e che ormai non riconosce più, insomma Dantès torna in un mondo che non gli appartiene e il conte gli offre l’opportunità di vedere il suo alter ego capovolto in una vita rovesciata dal destino funesto che non l’ha risparmiato.

E’ lui, dunque, Edmond Dantès il nuovo Angelo del Male colui che passa sul cadavere dei suoi nemici e semina odio e disperazione intorno senza tener conto del dolore da lui provato nell’immaginare la disperazione di coloro che amava quando ne era lontano. Dantes e Montecristo rappresentano sulla stessa moneta il doppio di sé stesso, quel doppio che spesso noi non sappiamo distinguere e continuiamo a travestirci talvolta nell’impeccabile marinaio, talvolta nel vendicativo conte talvolta nello spietato scrivano Danglars.

Simona Buonaura
Informazioni su Simona Buonaura 5 Articoli
Giornalista dal 2001, dal 2013 Giornalista professionista. Laureata in lettere moderne presso l'Università Federico II di Napoli con indirizzo Musica Spettacolo e Comunicazione di Massa. Dopo la laurea ha seguito un corso di alta formazione presso l'università Orientale di Napoli dal titolo "Innovazione e semplificazione della Pubblica Amministrazione". Al termine del corso si è trasferita a Milano dove ha seguito un corso di alta formazione dal titolo "Project manager eventi culturali" il corso che puntava a preparare una nuova figura professionale, è terminato con uno stage presso il Teatro Piccolo di Milano dove ha preso parte alla preparazione, come aiuto produzione, dello spettacolo teatrale di Franco Branciaroli "Cos'è l'amore" con la regia di Claudio Longhi. Ritornata a Napoli, dopo un'interessante parentesi milanese, si è dedicata alla docenza di Marketing e Comunicazione ed alla redazione di articoli. Dal 2008 è il Direttore Responsabile della rivista ufficiale dell'Associazione Pasticcieri Napoletani "La voce del Pasticciere". Attualmente è corrispondente in Campania per Pasticceria Internazionale e per la rivista Sipario.

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