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Gli Stati Uniti alla sfida del clima: analisi e prospettive

Non sarà sicuramente il tema chiave dello scontro elettorale per la guida della Casa Bianca a fine 2016, ma di certo la questione della lotta ai cambiamenti climatici è entrata del dibattito politico americano in vista delle primarie presidenziali che avranno inizio tra pochi mesi. Buona parte del merito per la crescente sensibilizzazione degli Stati Uniti va attribuita all’azione del Presidente in carica Barack Obama, primo inquilino della Casa Bianca in grado di mobilitare buona parte del paese – cittadini, media, istituzioni – sui temi ambientali. Il resto l’ha fatto la Conferenza delle Parti (COP21) di Parigi, le cui implicazioni e ripercussioni a livello internazionale – volente o nolente – non potevano lasciare indifferente una potenza globale come quella americana.

USA clima

L’eredità di Barack

Sul piano interno l’amministrazione Obama, soprattutto a partire dal secondo mandato, ha dato una forte sferzata alla politica americana in materia di cambiamenti climatici. Il suo pro attivismo è costato al Presidente forti attacchi da parte delle ali conservatrici dello schieramento politico a stelle e strisce, supportate dalle lobby dei produttori di combustibili fossili, e in particolare dalle nicchie operative nel settore del carbone e degli idrocarburi non-convenzionali.

Con il President Climate Action Plan del giugno 2013, seguito dal Clean Power Plan dell’agosto 2015, il governo ha fissato obiettivi storici per il paese verso una maggiore sostenibilità. Il secondo, in particolare, ha definito gli obiettivi americani in vista della COP21, gettando le basi per un’ambiziosa e irreversibile trasformazione del settore energetico nazionale. In materia di emissioni, il piano di Obama ha come obiettivo per il 2030 la riduzione del 32% dei livelli di CO2 rispetto ai valori del 2005. Inoltre, per la prima volta nella storia americana, vengono fissati a livello federale stringenti standard per la produzione di CO2 da parte delle centrali elettriche statunitensi, che contribuiscono al 40% delle emissioni nazionali di CO2. Nel 2030 quest’ultime, il 37% delle quali è ancora alimentato a carbone, dovranno ridurre del 90% le loro emissioni di diossido di zolfo e del 72% quelle di ossido di azoto rispetto ai livelli del 2005. Per raggiungere tali obiettivi sarà fondamentale il ruolo delle rinnovabili, che nel 2030, secondo i piani dell’amministrazione, dovranno contribuire al 30% della generazione elettrica nazionale. Le linee strategiche fissate da Obama, ovviamente, non potevano non prendere in considerazione le performances energetiche della  stessa amministrazione federale, attualmente il maggiore consumatore di energia a livello nazionale.

Sulla base del Clean Power Plan entro il 2030 gli Stati Uniti dovranno tagliare del 40% le emissioni di CO2 generate dal governo federale rispetto ai livelli del 2008, e aumentare del 30% il contributo delle rinnovabili nel mix dei consumi elettrici governativi.

Verso la COP21: un mini G-2 con la Cina sul clima

Con l’avvicinarsi della COP21 di Parigi, il consolidamento delle politiche interne sul clima va di pari passo con una significativa accelerazione dell’azione dell’amministrazione americana in ambito internazionale. Obiettivo primo della diplomazia climatica di Obama non poteva che essere la Cina, contraltare degli Stati Uniti sulla scena globale e di gran lunga il maggiore contributore al mondo in termini di emissioni di CO2.

Dopo lo US-China Joint Announcement on Climate Change del novembre 2014 – con il quale per la prima volta il governo cinese ha riconosciuto il proprio ruolo (e le proprie responsabilità) nella lotta al cambiamento climatico, impegnandosi a ridurre le proprie emissioni – la Casa Bianca ha rafforzato l’intesa bilaterale con la Cina in vista dell’appuntamento parigino attraverso lo US-China Joint Presidential Statement on Climate Change del settembre 2015. Nell’occasione, oltre a reiterare il contenuto dell’accordo del 2014, i Presidenti dei 2 paesi hanno dettato le linee guida congiunte per l’appuntamento della COP21, riaffermando l’impegno verso un ambizioso accordo universale basato su responsabilità comuni ma differenziate, alla luce delle diverse esperienze ed esigenze nazionali. In particolare, l’annuncio presidenziale ha incoraggiato l’inclusione, all’interno dell’accordo finale, di meccanismi di controllo che assicurino la trasparenza e la fiducia reciproca, sostenendo l’introduzione di un sistema di reporting e di revisione condiviso che garantisca l’attuazione universale delle scelte fatte a Parigi. Nell’occasione la Casa Bianca ha anche riaffermato il proprio contributo di 3 miliardi di dollari al Green Climate Fund, l’istituzione creata allo scopo di canalizzare i fondi resi disponibili da parte dei Paesi sviluppati a favore dei Paesi in via di sviluppo. In questo ambito, la leadership americana è fondamentale a garantire un adeguato sostegno finanziario al processo di transizione energetica globale, anche se il livello dell’impegno degli Stati Uniti non è unanimemente considerato adeguato e sufficiente alla luce della capacità finanziaria del paese.

Presidenziali USA e la governance climatica globale

Ovviamente, infatti, nonostante i reali sforzi messi in atto dall’amministrazione nella lotta al cambiamento climatico, le iniziative di Obama si sono spesso scontrate con le dinamiche interne all’establishment politico (e non solo) americano, spesso critico nei confronti di una leadership globale degli Stati Uniti in materia. Pertanto, oggi il dibattito politico è più che mai acceso, e ha iniziato a caratterizzare anche le posizioni degli aspiranti Presidenti post-Obama. Durante il primo dibattito tra i candidati Democratici organizzato dalla CNN lo scorso 13 ottobre, la tematica climatica ha assunto un ruolo considerevole. Durante il loro intervento di presentazione in 4 su 5 – Hillary Clinton, Bernie Sanders, Martin O’Malley e Lincoln Chafee – hanno fatto chiaro riferimento alla lotta ai cambiamenti climatici come obiettivo prioritario del loro mandato. E se il Governatore del Maryland O’Malley ha inserito le sfide climatiche in cima alla lista delle minacce alla sicurezza americana – subito dopo Iran e ISIS, e prima della Russia, l’ex Segretario di Stato Hillary Clinton non ha mancato di sottolineare il suo ruolo attivo nella diplomazia climatica avviata dal Presidente Obama. Sui temi climatici si è concentrato anche il dibattito tra gli esponenti del partito Repubblicano. Senza grandi sorprese, tuttavia, i candidati alla Casa Bianca hanno utilizzato la questione soprattutto come pretesto per criticare le scelte dell’amministrazione Obama – e con essa tutto il fronte democratico – in materia di lotta ai cambiamenti climatici. All’interno del partito, infatti, è ancora prevalente l’opposizione al dialogo costruttivo sul tema, che viene letto quasi esclusivamente in chiave di costi economici e perdita di competitività del sistema industriale americano. Proprio su questa frattura tra i 2 schieramenti politici si giocherà il futuro ruolo degli Stati Uniti nella governance climatica globale, sebbene in caso di successo internazionale durante la COP21, anche i repubblicani oltranzisti saranno probabilmente costretti, quantomeno, a riflettere su come affrontare in modo costruttivo la questione.

About Nicolo Sartori (21 Articles)
Nicolò Sartori è ricercatore presso l’Area Sicurezza e Difesa dell’Istituto Affari Internazionali di Roma. La sua attività si concentra in particolare sull’evoluzione delle tecnologie nel settore energetico. Attualmente, è candidato al Dottorato presso il Dipartimento di politica e relazioni internazionali dell’Università del Kent, Regno Unito. Ha lavorato inoltre come Consulente di Facoltà al NATO Defense College di Roma, dove ha svolto ricerche sul ruolo dell’Alleanza Atlantica nelle questioni di sicurezza energetica.

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