Comunicare non è improvvisare, ma una scienza con tecniche e regole precise

E’ curioso che in Italia la comunicazione, quella professionale, non sia ancora tanto nota. Gran parte dell’opinione pubblica la intende come ufficio stampa, ovvero l’impostazione di un rapporto diretto con i media per diffondere news aziendali. Altri  la confondono con le PR, pubbliche relazioni, che in realtà consistono in un metodo che oscilla dal “corretto cortese” al “super lecchino” per acquisire e mantenere buoni rapporti con ambienti e persone di proprio interesse.

Ci sono poi quelli che si ritengono assolutamente socievoli e, quindi, autosufficienti in materia. E magari lo sono pure al Bar Sport con gli avventori o a cena a casa di amici, ben diverso interfacciarsi con un top manager per una trattativa commerciale. E ancora, alcuni non hanno proprio idea che i modi di parlare, scrivere, comportarsi incidano nei loro rapporti di lavoro. E spesso li determinino.

La metafora sta proprio nella storia della comunicazione, con l’aneddoto della nave di Teseo. Nell’antico mondo greco, in cui gli eventi si intrecciavano con leggenda e mitologia, ricordiamo la morte di re Egeo, suicida per via di un errato messaggio, pervenutogli a distanza. Il figlio Teseo, infatti, al ritorno via mare dall’impresa vittoriosa contro il Minotauro, aveva dimenticato di sostituire le vele nere con quelle bianche. Segnale concordato in precedenza per far intendere da lontano al padre, in sua attesa sulla terraferma, che la missione era riuscita e lui era salvo.

La precisione, essere o imparare a essere precisi, non a caso è una delle tante tecniche della comunicazione.

Non se la prendano i pochi e veri esperti, noi giornalisti scriviamo per il vasto pubblico. O meglio, cerchiamo di diffondere informazione proprio nei settori meno conosciuti.

Comunicare, si sa, è un’esigenza che nasce nella notte dei tempi. E si è evoluta di pari passo alla Storia: dai segnali di fumo gestiti con fiamma più alta o bassa, intensa o tenue della Mesopotamia datata 3500 a.C. alla odierna tecnologia, con la digitalizzazione e i social.

Questo significa, semplicemente, che la comunicazione viaggia in ogni senso al ritmo dell’attualità.

Piccola parentesi etimologica: la parola comunicazione deriva dal greco antico koinòs, che significa ‘mettere in comune’. e poi dal latino, cum (con) e munire (legare, costruire) e ancora da communico, mettere in comune, far partecipe, che a sua volta deriva dall’aggettivo communis, comune, che appartiene a molti e significa anche affabile, cortese, come dal sostantivo: comunità, nazione, bene comune.

In sintesi, la comunicazione è un affascinante insieme di azioni, gesti, silenzi, parole scritte, verbali e non verbali, comportamenti, atteggiamenti che consente alle persone di intendersi, unirsi, scegliere percorsi appunto comuni. Come raccontavamo prima, l’esigenza umana di codificare i segnali per mandare messaggi è preistorica.

Facendo un grande balzo di secoli in avanti, dopo la rivoluzione industriale e la diffusione della psicologia, nei Paesi anglosassoni (Stati Uniti in testa) sono iniziati i primi studi: regole, metodi, tecniche, via via affinati e tuttora oggetto di continue evoluzioni. Così la comunicazione è diventata una scienza.

Ed eccoci in Italia dove, nei primi anni Novanta, è stata istituita la laurea in Scienza della Comunicazione. Tanto basic quanto introduttiva all’argomento. Che oggi è sviscerato in master, corsi, stage, workshop rivolti principalmente a imprenditori, manager e ai responsabili aziendali dei settori comunicazione, marketing, pubbliche relazioni, risorse umane.

Durante questi momenti di formazione i docenti insegnano l’approccio metodologico e scientifico ai canali di comunicazione. Forniscono, in pratica, gli strumenti per mettere in atto professionalmente l’efficacia del saper comunicare. Magari durante una negoziazione, nel public speaking, nel time management, nella gestione dei rapporti, nel problem solving.

E tra le tante materie e tematiche di apprendimento (naturalmente variano secondo il  ciclo di lezioni scelto), per esemplificare non manca la morfopsicologia, lo studio della personalità attraverso i tratti del volto. Utile per capire subito il profilo caratteriale di chi si ha di fronte. Oppure, la comunicazione non verbale e le micro espressioni facciali, per leggere i messaggi di tensione, alto gradimento, noia, simpatia, rifiuto inviati inconsciamente dall’interlocutore. E, naturalmente, a comportarsi di conseguenza. Come anche per scoprire che esistono ben undici forme di domande e nove di colloquio. Non certo ultimo, focus sulle meta domande, ovvero le domande giuste. Mai generalizzare, è una forma errata di espressione: per gestire con successo un incontro bisogna saper utilizzare la precisione. Una tecnica, appunto. Non un’improvvisazione.

Marina Martorana
Informazioni su Marina Martorana 12 Articoli
Giornalista, autrice e consulente di comunicazione, Marina Martorana è stata collaboratrice fissa di La Notte, il Giorno, l’Europeo, Panorama. E, dal 1989 al 2014, del Corriere della Sera. Ha scritto una ventina di libri di saggistica. Ora vive a Brebbia (VA), è contitolare di Studio 21 - attività di info-comunicazione giornalistica - e scrive gialli ambientati tra arte, storia e natura della sponda lombarda del Lago Maggiore, per far conoscere un’area italiana stupenda e non tanto nota. Al suo primo libro “Morte sul Verbano” ( giunto alla seconda edizione) segue, con lo stesso staff di detective e articolato nella medesima zona lacustre “Intrigo Internazionale sul Verbano”. E’ intenzione dell’autrice crearne una serie. Link: http://www.marinamartorana.it

Commenta per primo

Lascia un commento

L'indirizzo email non sarà pubblicato.


*